Concorso "2020: Coming out nello spazio" [FUORI CONCORSO]

Fatihim (il mio Fatih), di E. V. de Seniga (pseudonimo di Enrico Venturelli)


Documento 20.12AA45 – 1.11AA24. PS. Fatihim [NOTA 1]

Mi chiamo Alp, per la precisione sono AA24. Tale sigla nel tempo in cui scrivo indica una sola figura istituzionale a tutti nota, non è certo però che lo sarà anche in futuro. Meglio dunque esplicitare: io sono il ventiquattresimo archivista della famiglia Alp, insediato in tale carica dagli anziani al momento del ritiro del mio predecessore. Gli Alp sono turchi, una tra le poche famiglie in grado di fregiarsi del titolo di gente autoctona, stabile a Istanbul addirittura da prima che la città diventasse capitale della Federazione Europea. Da allora è passato così tanto tempo che i cittadini di cultura modesta faticano ad immaginare la nostra federazione con altra capitale e reagiscono increduli all’idea che un tempo il centro politico fosse Berlino; del resto, trovano pure inconcepibile che si potesse ricorrere ad altra lingua diversa dal turco per la cultura e l’amministrazione. Gli Alp, in questo caso gli anziani che hanno sempre retto la famiglia, non vollero mai disfarsi dei documenti accumulati nei secoli. E mentre gli altri, privati e istituzioni pubbliche, trasferivano tutto su supporto digitale, disgraziatamente permettendo la distruzione degli originali, gli Alp in controtendenza incaricarono un archivista (AA1) di mettere ordine nel loro patrimonio. Poi si verificò quell’evento catastrofico, a tutti noto come il Collasso, che causò la completa distruzione di quanto era stato digitalizzato fino a quel momento. La conseguenza fu che l’Archivio Alp divenne depositario pressoché unico del sapere precedente al collasso e la famiglia acquisì di colpo una posizione di preminenza mai prima goduta. Essere gli unici depositari del passato rese gli Alp molto potenti e gli anziani non se ne dispiacquero certo, però presto si resero conto di avere fra le mani un potere da manipolare con circospezione. Neppure per un momento pensarono di donare i propri documenti alla federazione, decisero invece che l’archivio e il suo direttore si sarebbero dovuti attenere ad un bassissimo profilo, esercitando un controllo sulle conoscenze del passato appena percettibile e rigorosamente equidistante dai numerosi interessi di una società complessa. Va detto che, a distanza di tanto tempo, non è ben chiaro quali vantaggi pensassero di riservarsi gli anziani. In ogni caso, grazie alla loro accorta politica, l’Archivio Alp si trasformò in un autorevole istituto fedele alla federazione, rigorosamente leale verso i pubblici bisogni, ma sempre di gestione privata.

Undici anni fa, quando seppi che sarei diventato AA24, fui colto da un misto di ansia e di compiacimento. Soddisfazione per essere stato scelto fra molti e ansia per i radicali cambiamenti che mi attendevano. Forse non era così ai tempi dei primi archivisti, ma ora, nel momento in cui si assume tale carica (nessuno suppone che si possa rifiutare), le regole e le consuetudini alle quali bisogna sottoporsi sono tali e tante che ogni aspetto della precedente esistenza viene travolto. Molte libertà vanno perdute per sempre, in compenso si accede a un tenore di vita di sfrontata agiatezza. Prima avevo trascorso quasi tutta la mia vita a mezz’aria, sono infatti un mezzaria sotto ogni aspetto: per nascita, formazione e mentalità. A terra ero sceso solo alcune volte, in vacanza e sempre per brevi periodi. Diventando AA24, mi veniva concesso l’onore di risiedere a terra, negli appartamenti da secoli riservati all’AA, presso la sede dell’archivio e nel centro della capitale. Per la verità un onore un po’ greve, visto che mi impegna a lasciare la città solo in circostanze eccezionali e comunque rimanendo sempre a terra, senza mai salire a mezz’aria. Avrei cambiato casa in maniera definitiva e non sarei mai più tornato nei luoghi dove avevo sempre vissuto, l’ansia era dunque giustificata.

Ai tempi di AA1 il processo di trasferimento della popolazione a mezz’aria era ancora agli inizi. Per non consumare altra terra la federazione aveva da poco avviato il progetto, allora avveniristico, di insediare le nuove generazioni in agglomerati abitativi fluttuanti sopra le maggiori città. Sufficientemente distanti da essere a fatica visibili dalla terra, ma nemmeno così lontani da uscire dall’atmosfera del pianeta. Da ciò ebbe origine la denominazione popolare, che poi si impose, di alloggi a mezz’aria, e in seguito i cittadini là residenti divennero i mezzaria. Inizialmente i nuovi nuclei famigliari furono insediati con l’intento di indurre le persone a trascorrere in alto il tempo libero dal lavoro, ma presto gli insediamenti crebbero e si affacciò il problema dei quotidiani trasferimenti. Gli intasamenti presso le stazioni divennero un problema talmente serio che si decise di trasferire pure le scuole, gli ospedali e a seguire tutte le istituzioni necessarie per la vita quotidiana. Da ultimo salirono in alto anche gli insediamenti produttivi e nel giro di poche generazioni non ci fu più ragione di scendere se non per svago. A terra rimase sempre meno e l’orientamento del governo fu quello di cancellare tutte le infrastutture diventate inutili. Nelle città si cessò di costruire e furono istituite commissioni per decidere del valore degli edifici e valutare l’opportunità della demolizione. Ora delle metropoli del passato si conservano solo i centri storici, e gli agglomerati urbani ancora visibili dagli insediamenti a mezz’aria non sono più di venti. Il dibattito su quanto e dove demolire, all’inizio questione solo per esperti, divenne inaspettatamente appassionante per tutta la popolazione. Da quelle antiche polemiche su strade e palazzi ebbero origine i due partiti politici che ancora oggi si alternano al governo. Tali partiti hanno assunto nel tempo le denominazioni, all’inizio popolari, di Verdi e Azzurri: semplici metafore per esprimere due distinti stati d’animo a proposito del rapporto tra terra e uomini. Gli Azzurri sono completamente acclimatati a mezz’aria, apprezzano la vista della terra dall’alto, non desiderano scendervi e la vorrebbero sanata d’ogni segno umano. I Verdi invece, pure cresciuti a mezz’aria, sembrano provare nostalgia per la terra, desiderano scendervi spesso e per soddisfare questo loro bisogno esistono a terra appositi insediamenti turistici. Gli azzurri demolirebbero tutto, i verdi si oppongono, per fortuna da più di un ventennio gli azzurri sono all’opposizione.

Mi accorgo di aver speso quasi un quarto del documento standard in nozioni di carattere generale e non ho ancora nominato Fatih, cui questo testo è dedicato. Fatih è il mio compagno, quando ci siamo incontrati non ero ancora AA, lo sono diventato di lì a poco e ho pure temuto che il nostro incontro si sciogliesse. Nel mio tempo il termine incontrarsi ha assunto una connotazione talmente specifica da aver sottratto la parola agli usi precedenti. Per comprendere appieno il significato moderno bisogna tornare agli alloggi a mezz’aria e ad un altro radicale cambiamento sociale indotto da essi. All’inizio lo spazio a disposizione per ogni individuo là in alto era modesto, per tale ragione gli psicologi avevano proposto al governo di esortare i mezzaria a nuove regole di movimento. Si spiegò che in spazi ristretti i contatti casuali si moltiplicano e sono fonte di crescente malessere, vanno quindi in ogni modo evitati optando per movimenti più lenti che danno il tempo sufficiente di calcolare e scansare le traiettorie altrui. Conosco decine di direttive pubbliche rimaste del tutto disattese, ma quella a proposito dei contatti casuali fu accolta addirittura con entusiasmo. A tal punto che ora, a distanza di secoli, si può ancora tollerare un contatto involontario tra bambini un po’ maldestri, ma lo si considera a dir poco disgustoso tra individui adulti. Nel mio tempo non ci si tocca mai per caso e non ci si incontra se non per scelta e mutuo desiderio.

La sera che Fatih ha desiderato incontrarmi ero da poco arrivato ad un ricevimento Alp e stavo ancora osservando incuriosito i presenti quando ho avvertito un distinto pizzicore all’altezza delle sopracciglia. Il dispositivo ev, di comunicazione a distanza, che tutti possediamo innestato sotto pelle dall’età di sei anni (gli azzurri propongono di installarlo alla nascita), permette anche comunicazioni non verbali, più adatte quando il contenuto del messaggio appare troppo imbarazzante per essere espresso a parole. Il pizzicore in quel punto del viso è da tempo il segnale che qualcuno in prossimità si propone per un incontro. Non capita spesso di percepire quel pizzicore: un incontro può turbare a tal punto che un normale adulto si arrischia nell’impresa poche volte nella vita. Se si riceve quel segnale, superata la sorpresa, in genere si volge lo sguardo in cerca del mittente. Quando gli sguardi si incrociano, solo un reciproco cenno di assenso autorizza l’avvicinamento. Se poi chi ha ricevuto la proposta gradisce la prospettiva dell’incontro non deve fare altro che tendere la mano con il palmo rivolto verso l’alto e lasciare che l’altro, solitamente con l’indice, ne sfiori per un attimo la superficie. Non si creda che dopo il primo tocco seguano subito altri contatti. Anzi, i due individui tornano ad allontanarsi, ma a una distanza inferiore a quella che di regola si mantiene con un estraneo. A questo punto si torna alla comunicazione verbale e se l’incontro merita di essere protratto nel tempo, gli argomenti di conversazione diventeranno per gradi sempre più intimi.

L’incontro con Fatih è stato memorabile fin dall’inizio, da allora mai una volta ho desiderato di ripristinare con lui la distanza standard e il nostro incontro dura ormai da dodici anni. Fatih è poco più giovane di me, professionalmente è un guardia, politicamente un verde. I guardia sono funzionari che, riuniti in collegio, sorvegliano la terra su mandato della federazione, prevalentemente dalle loro postazioni a mezz’aria. A loro spetta il monitoraggio costante dei parametri che permettono di valutare lo stato di salute del pianeta. Oggi nel collegio dei guardia prevalgono i verdi. Se la maggioranza fosse azzurra i guardia si occuperebbero di controllare solo la qualità delle acque, la varietà delle specie viventi, i mutamenti atmosferici. Ma per fortuna sono i verdi a dettare le linee guida e quindi il collegio mira a catalogare e sorvegliare pure le vestigia umane, ovviamente quelle poche che si sono salvate dalle demolizioni del passato. I verdi moderati difendono gli antichi palazzi, i musei, le moschee, ne celebrano la bellezza e chiedono la conservazione pure di giardini, oasi, porti e canali, ritenendo che anche gli ambienti naturali modellati dall’uomo meritano di sopravvivere alla rinaturalizzazione. Fatih appartiene però al gruppo dei verdi radicali, che rimpiangono la scomparsa di un ponte, di una stazione o anche di un oleodotto. Fatih, come i suoi correligionari, si batte perché nel presente non si elimini più nemmeno un calcinaccio dal fondo di un bosco e gioiscono se per caso durante un ripristino boschivo riemerge la base di un pilone autostradale. D’altra parte, io ai suoi occhi non sono meno strambo: prima di diventare AA24 ero un giovane professore di storia umana specializzato nei secoli precedenti al collasso, così concentrato nello studio dei documenti d’archivio da aver distolto completamente l’attenzione dal luogo in cui i fatti si verificarono. Prima di incontrare Fatih la mia mente non era nemmeno sfiorata da interessi archeologici, mi stava bene guardare la terra dall’alto e nessuno mi avrebbe persuaso della necessità di scendere per una campagna di scavo. E’ solo merito di Fatih se ho sviluppato qualche moderato interesse per i reperti del passato. Ciò nonostante, anche dopo molti anni di residenza a terra, non riesco ancora a commuovermi, come capita a Fatih, quando ricompare un bullone antico oppure un frammento di autentica ghisa protoindustriale.

Il nostro incontro si protraeva da circa un anno, quando gli anziani Alp mi scelsero come nuovo archivista. Fino ad allora non era stato difficile incrociare i nostri percorsi quotidiani, dato che lavoravamo in luoghi diversi ma entrambi sopra la capitale. Spostarsi a mezz’aria è facile e confortevole, era così possibile moltiplicare i nostri incontri senza alcuna difficoltà. Ma una volta diventato AA, gli insediamenti a mezz’aria mi sarebbero stati preclusi. Temevo che Fatih non avrebbe accettato di scendere spesso a terra e col tempo avrebbe magari considerato l’opportunità di sciogliere il nostro incontro.

Invece tutto andò per il meglio (sono un Alp fortunato). Il caso ha infatti voluto che Fatih fosse un verde scatenato, fosse stato anche solo un verde moderato, o peggio ancora un azzurro, di certo non avrebbe amato la prospettiva di scendere a terra con frequenza. Dopotutto richiede tempo e provoca malesseri che a volte perdurano per ore. Fatih reagì invece elettrizzato alla prospettiva di tanti cambiamenti. In quanto poi congiunto di un AA, avrebbe acquisito tutti i benefici connessi alla mia carica e avrebbe goduto del mio stesso tenore di vita. Ciò gli avrebbe permesso di scendere a terra anche ogni giorno senza preoccuparsi del costo. Volendo, avrebbe potuto anche lasciare il lavoro ma di questo non si parlò mai. Da anni Fatih scende con frequenza settimanale, così spesso da essersi abituato al viaggio e da non patirne più gli effetti. Del resto, esaudendo un suo speciale desiderio, ho allestito per lui un ambiente (lui lo chiama cucina) che a mezz’aria sarebbe stato impensabile, e alla fine ho pure ceduto alla più strampalata fra le sue richieste: ho accettato di mangiare in sua presenza!

So benissimo, grazie ai miei studi, che il consumo dei pasti è stato per millenni un evento sociale. Per quanto possa apparire raccapricciante i nostri predecessori masticavano, senza turbamento alcuno, uno di fronte all’altro. La mutazione antropologica, sostengono gli studiosi, trae di nuovo origine dallo spostamento a mezz’aria; gli uomini già a terra espletavano alcune funzioni fisiologiche sottraendosi alla vista dei propri simili, ma fu solo a mezz’aria che masticazione e deglutizione divennero pratiche che richiedono una assoluta intimità. Fatih è un appassionato lettore di qualsiasi libro che tratti, più o meno seriamente, di costumi e comportamenti delle società umane anteriori al passaggio a mezz’aria. E’ attirato da tutto ciò che allora era in uso e vagheggia di tornare alla naturalezza dei modi del passato. Non dubita della loro innata bontà ed è invece giudice severo delle attuali abitudini. Circa un decennio fa una monografia dedicata alle svariate maniere di cibarsi riscosse un notevole successo. Il testo non solo descriveva arcaici regimi alimentari ma rimarcava quanto radicato fosse l’uso di mangiare in comune e, pure ammettendo gli indubbi vantaggi del nutrirsi appartato, avanzava l’ipotesi che qualcosa di importante fosse andato perduto al momento della rinuncia ai pasti collettivi. Niente di scandaloso, se non fosse che quell’ardita ipotesi, tutta da verificare, divenne certezza incrollabile nella mente di Fatih. Egli infatti decise, per il suo e purtroppo anche per il mio bene, che era giunto il momento di tornare alla preparazione diretta dei pasti da consumare poi insieme. Non solo avrebbe raccolto e anche coltivato (nel mio giardino) i prodotti necessari; non solo intendeva prepararli in un spazio adeguato (è così che nel mio appartamento è comparsa la cucina); ma pure decise che avremmo mangiato sedendoci uno di fronte all’altro, esponendo alla vista dell’altro mandibole e denti in movimento. Per mesi sostenni che mi sarebbe stato impossibile, che mi stava chiedendo troppo. Prima rifiutai, poi tentai di procrastinare (dissi che non poteva chiedermi di assumere cibi da lui preparati finché non si fosse davvero impratichito), infine accettai di fissare una data ma a molte condizioni: avrei assunto solo vegetali, preparati in maniera semplicissima (doveva dichiarare tutti gli ingredienti), serviti a piccoli pezzi e infine li avrei portati alla bocca con bastoncini di legno, dato che rifiutavo di usare gli strumenti metallici raccomandati da Fatih. Accettò le condizioni, fissammo la data e infine giunse il giorno della prova. Ora ricordo quasi con tenerezza quell’evento, da allora abbiamo mangiato insieme così tante volte che non provo quasi più disturbo. Ma ricordo pure bene quanto fossi contrariato con me stesso per avere acconsentito. Fino a quel momento nessuno mi aveva visto mangiare, i pasti li avevo sempre scrupolosamente consumati negli appositi cubicoli dopo essermi assicurato di avere ben chiuso la porta, e ora Fatih voleva osservarmi mentre masticavo!

Avevo progettato di introdurre il cibo in bocca solo nei momenti in cui per qualche ragione Fatih non mi stesse guardando, avrei atteso per ogni boccone che si distraesse, avrei provato a distrarlo. E soprattutto avrei ingoiato tutto senza masticare, muovere la mascella o, peggio ancora, mostrare i denti. Ma il mio piano fallì perché Fatih, presentatomi il piatto, si sedette di fronte a me a braccia incrociate, determinato a non togliermi lo sguardo di dosso neppure per un secondo. La pietanza prescelta per la prima volta fu in effetti molto semplice, l’elenco degli ingredienti denunciava assai poche sostanze: broccolo, acqua, sale, tracce trascurabili di nitrati e silicati (in tal modo Fatih ammetteva che la pulitura casalinga non poteva essere perfetta). Mi presentò un grande piatto bianco su cui erano depositati dei ciuffetti verdi, inteneriti e insaporiti, a dire di Fatih, da un semplice passaggio in acqua bollente e salata. Saggiandoli con i bastoncini verificai che erano teneri, ottima cosa, pensai, non avrei dovuto masticare a lungo. Però non erano così piccoli da poterli ingoiare (Fatih aveva previsto la mia strategia). Sicché, anche se per poco, dovevo masticare, sminuzzare il boccone e lasciare che i pezzi poggiassero per un tempo adeguato tra lingua e palato; il mio determinato istruttore aveva infatti deciso che era impensabile che continuassi a vivere senza conoscere il piacere dei sapori. Nel corso degli anni ho anche imparato ad apprezzarli, ma solo dopo aver resistito per molti mesi ad una predominante sensazione di disagio e sregolatezza. Ora in cucina passiamo molto tempo, chiacchierando e discutendo mentre lui affetta, risciacqua, condisce e soffrigge. Io sto a guardare e sono sempre più sereno, visto che Fatih ha smesso i panni dell’istruttore e lascia che mastichi o inghiotta quando mi pare. Oggi riconosco che i sapori sono spesso sorprendenti, a volte addirittura eccitanti e devo pure ammettere che ogni tanto sbircio le mandibole in movimento di Fatih.

Stavo appena abituandomi ai piaceri di una quieta convivenza, quando il mio compagno, esattamente sei mesi fa, ha deciso di affliggermi con una nuova richiesta, se possibile ancora più strampalata di quella del mangiare assieme. Nel corso di un pasto davvero ben riuscito, Fatih se n’è infatti uscito dicendo che gli sembrava un peccato essere solo in due a condividere tante bontà e che sarebbe stato bello adottare dei figli per insegnare loro a mangiare naturalmente. Fatih mi ha quindi raccontato di aver letto un articolo sul piacere che si conseguiva in passato crescendo un minore. Così abbiamo cominciato a discutere, dato che io non riesco ad immaginare quale gratificazione ci possa essere nel sobbarcarsi la fatica di educare dei bambini, quando per questo esistono appositi istituti (attraverso i quali tutti siamo passati) perfettamente in grado di fornire un’ottima formazione omogenea. Ma Fatih non si lascia convincere facilmente e ormai penso un po’ sconsolato che, tempo altri sei mesi, saremo in quattro a mangiare al tavolo in cucina.

A dir la verità pure io stavo pensando ad una adozione, ma di quelle comuni nel presente e soprattutto tra i membri della famiglia Alp. A nessuno di noi verrebbe mai in mente di adottare un bambino. Gli Alp adottano adulti che, grazie all’adozione, diventano membri a pieno titolo del clan e ne acquisiscono tutti i benefici connessi. Un Alp adotta chi ama, quindi per ragioni affettive, oppure chi ammira per ragioni scientifiche o artistiche, e spesso diventa Alp anche chi è stato a lungo un fedele collaboratore o scrupoloso dipendente. Col tempo è invalsa la consuetudine che un Alp rispettabile non possa esimersi da adottare nel corso della sua esistenza almeno un individuo meritevole. Io, chiaramente, riflettevo da un pezzo sul modo più delicato di comunicare a Fatih il mio desiderio di adottarlo. Non mi risolvevo però all’azione, non riuscendo a decidermi sul modo migliore per affrontare la questione. Avevo anche pensato di offrire l’adozione ai genitori di Fatih, ma poi ho pensato che mi stavo avventurando su un terreno pericoloso. In ogni caso la sua inaudita proposta ha reso la mia banale e scontata, e so già come andrà a finire: lui accetterà che lo adotti a patto che io accetti di crescere insieme a lui un paio di bambini vocianti.

Nel corso degli anni Fatih non si è solo preoccupato di rieducarmi, come si esprime lui, al gusto e al pasto condiviso. Senza dubbio quella è stata la maggiore delle sue battaglie ma certo non l’unica da lui ingaggiata per indurmi a riattivare i sensi, un tempo, a suo dire, largamente esercitati dall’umanità che viveva a terra. Un giorno di ormai otto anni fa (mentre già mi stava assediando sul versante del cibo), mi comunicò serissimo che bisognava tornassi almeno ad apprendere i piaceri del tatto (se proprio non volevo concedermi quelli del gusto), e non intendeva il normale contatto consueto nel presente, ma il tatto nell’accezione in uso nei secoli passati. Il contatto, come già si è visto, è un insieme di sensazioni a cui due individui accedono durante un incontro che può durare poche ore o più decenni. Il contatto si sviluppa quando due persone stanno a distanza più o meno di un braccio l’una dall’altra e nel frattempo parlano, sorridono o anche ridono fissandosi negli occhi. A volte pure si sfiorano fuggevolmente con la punta delle dita. Il contatto è fonte di grande benessere per chi ha la fortuna di un incontro duraturo, se fuggevole è già meno appagante, è invece penosa la vita di chi non ne gode per nulla. Allora io ero già molto gratificato dalla qualità del contatto con Fatih e non ero certo in cerca d’altro. Ma lui disse che non bastava, disse che dovevamo passare al vero tatto. Cominciò a pontificare infervorato citando a valanga esperti indiscussi e solide ricerche. A suo dire, il tatto era una esperienza irrinunciabile per i nostri avi e contemplava il contatto diretto di varie parti del corpo di due individui in assenza dei rispettivi indumenti. Per accedere al tatto, sentenziò Fatih, era essenziale che ci togliessimo i manti e procedessimo a toccarci, non solo con la punta delle dita. Se negassi d’aver provato sconcerto mentirei, ma di certo non reagii inorridito come quando mi disse che voleva guardarmi mentre mangiavo. Inoltre, mi dissi, potevo acconsentire senza preoccupazione, tanto ci avrebbero pensato i manti ad opporsi.

A beneficio di chi in futuro mi leggerà, ricordo che ormai da molte generazioni gli uomini non indossano indumenti tessuti come nel lontano passato. Parecchi tra i miei colleghi in università sostengono che pure i manti furono in origine una innovazione indotta dal trasferimento a mezz’aria. Il nesso da loro individuato però mi convince poco e se non posso certo negare che i manti sono stati introdotti dopo l’affermazione degli insediamenti sospesi, nemmeno trovo tra una tecnologia e l’altra un rapporto di causalità così evidente come loro asseriscono. Di certo è stata una scoperta straordinaria che ha rivoluzionato la vita umana.

A scuola insegnano che all’inizio ci furono parecchi problemi di adattamento tra uomini e manti, e anche se ora i manti si affezionano sempre a chi li indossa, tuttavia ogni bambino deve essere affettuoso soprattutto con il suo primo manto, perché il rigetto è davvero una cosa seria. Ho letto che in passato gli uomini vivevano a stretto contatto con gli animali, vi si affezionavano e poi soffrivano al momento della loro morte. Tra l’uomo e certi animali in particolare si sviluppava una speciale intesa che gratificava entrambi. Potrei dire che il rapporto tra un mezzaria e il suo manto ricorda molto quello che si instaurava tra un terrestre e il suo cane. I mezzaria indossano il loro primo manto a sei anni e i bambini vanno preparati all’evento in modo che tutto si svolga serenamente. I manti sono delicati organismi complessi, nella sostanza sono colonie di microrganismi, ad intensa vocazione sociale, che amano ricoprire altri animali capaci di mantenere costante la loro temperatura. Non sono però parassitari, attivano piuttosto una relazione di natura simbiotica con l’essere che vanno a rivestire: all’inizio, finché proliferano, beneficiano del calore dell’organismo superiore, ma poi il manto, una volta cresciuto, diventa un rivestimento isolante straordinariamente duttile. Per ricorrere a una metafora, il manto si affeziona al corpo su cui è attecchito e lo difende strenuamente dalle insidie dell’ambiente esterno. Sollecitato dalle condizioni esterne, ispessisce o si assottiglia, volta a volta impedendo o favorendo la diffusione del calore. Rintuzza i colpi, lenisce i dolori, ma soprattutto, secondo meccanismi che non conosco a fondo, mantiene l’epidermide in perfetta salute.

Come si può ben capire è essenziale essere in buoni rapporti con il proprio manto. In passato i manti erano, diciamo così, primitivi e spesso rigettavano, per ragioni non sempre chiare, l’umano che non gradivano. Allora la situazione diventava seria perché nessun altro manto accettava di avvolgere un individuo rifiutato. Ma la ricerca ha fatto nel tempo grandi progressi, gli scienziati sono infatti riusciti a selezionare manti sempre più sofisticati, dotati per così dire di personalità. Ora sono a disposizione manti per ogni tipo di bambino, anche per quelli più problematici; gli addetti all’infanzia devono solo studiare con attenzione ogni piccolo in modo da scegliere per lui il manto più adatto. Oggi ci sono manti dotati di tale dedizione e senso del dovere da attecchire anche sul corpo dei bambini più intrattabili. Nessuno, neppure il più disturbato, rischia più di restare senza il conforto di un manto. I manti prosperano per circa un decennio, poi cominciano a deperire e infine muoiono. A quel punto si è costretti a passare da un indumento all’altro; tale passaggio si compie in assoluta riservatezza, in luoghi appartati e in penombra, protetti da intrusioni accidentali, soprattutto di natura acustica. I manti acquistano col tempo un vero e proprio carattere ed esprimono il loro disappunto con la persona che rivestono se qualcosa non è di loro gradimento. A volte sviluppano un trasporto così intenso verso chi li ospita da diventare ipersensibili, verrebbe da dire permalosi, se non si sentono adeguatamente apprezzati. Un improvviso intenso prurito, che scompare del tutto dopo pochi minuti, è il tipico segnale a cui il manto ricorre se si sente trascurato e scontento. Del resto, il manto difficile è anche il più ricercato: c’è molto più gusto ad averne uno sensibile e perspicace. Solo con tale tipo si consegue quella profonda intesa che rende il manto capace di mutazione e quindi disponibile ad assumere, su richiesta, tutte le fogge e i colori essenziali per la vita in società. I manti evoluti sono pure capaci di farsi trasparenti, si assottigliano a tal punto da permettere una perfetta visione del corpo sottostante, una facoltà molto apprezzata dalle coppie che vogliono approfondire il loro incontro.

Quando Fatih propose di sperimentare il tatto, non mirava certo a vedere il mio corpo dato che da tempo l’aveva osservato sotto ogni angolatura. Ciò che desiderava era toccare, con le sue mani, la mia pelle senza il manto di mezzo. Ma convincere un manto a togliersi di mezzo, anche solo per breve tempo, era davvero una impresa ardita. Fatih indossava allora il suo quarto manto, l’aveva cambiato da poco ed era (come il mio del resto) di tipo assai sofisticato e sensibile. Sicché, pensai, non aveva alcuna possibilità di convincerlo a staccarsi dal suo corpo neppure per pochi minuti (e ciò valeva anche per il mio). Ero sicuro che non ci sarebbe riuscito, e se i nostri manti si rifiutavano, mi dicevo, non ci sarebbe stata alcuna esperienza del tatto. Ma Fatih riuscì a convincere entrambi, li persuase che, se io e lui ci fossimo toccati, avremmo accumulato molto benessere e, quando fossimo tornati ad indossarli, anche loro ne avrebbero tratto vantaggio. Non si creda però che i nostri manti si siano lasciati irretire facilmente, ci volle parecchio impegno per convincerli.

Da ciò che ho raccontato finora si potrebbe evincere che un manto moderno sia dotato di capacità linguistiche e che si possa intavolare con lui un vero e proprio dialogo. Non è così, i manti, per ora almeno, non parlano né rispondono alle domande. Tuttavia, come già si è visto, sono in grado di comunicare il loro malessere e anche un umano dotato di minime capacità intellettive impara nell’arco di un decennio a interpretare i segnali inviati dal proprio manto. In sintesi, è piuttosto facile capire quando un manto è scontento perché protesta; invece è più difficile distinguere lo stato di soddisfazione da quello di indifferenza, dato che in entrambi i casi il manto non emette alcun segnale. Fatih, quando si applica ad un problema, è tenace e non molla facilmente. In quella occasione prima lesse tutto quello che trovò sulla natura dei manti moderni. Per comunicare con i nostri manti si ispirò alle tecniche sviluppate dai ricercatori negli ultimi secoli. Apprese che per trattare con un manto evoluto bisogna approntare un questionario, una fitta serie di domande che permette di chiarire tutto ciò che gli è sgradito facendo emergere per sottrazione ciò che apprezza e approva. Una procedura macchinosa ma efficace.

Così un giorno sottoponemmo i manti ad una raffica di domande e scoprimmo (ma era prevedibile) che mentre il mio diffidava il suo mostrava curiosità. Entrambi conoscevano da tempo le intenzioni di Fatih ma fino a quel momento non se ne erano granché preoccupati, del resto perché preoccuparsi di qualcosa di improbabile. La storia del maggior beneficio a seguire l’avevano già sentita e poteva interessarli, ma ovviamente prima bisognava che definissimo per bene dove li avremmo deposti nel tempo in cui avremmo fatto a meno di loro. Fatih aveva pensato a dei manichini morbidi e tiepidi, simili per dimensioni ai nostri corpi. La proposta fu rifiutata con sdegno. Invece, l’opzione di riserva incontrò inaspettatamente il loro favore. Fatih aveva pensato, come ripiego, a delle vasche tiepide e soffici in cui i manti potessero giacere distesi in attesa di risistemarsi su di noi. Ottenuto l’assenso dei manti, Fatih passò alcuni mesi del tutto assorto nella progettazione delle vasche e quasi al termine di tale fatica ebbe un colpo di genio. Immaginò che pure i manti potessero apprezzare il contatto reciproco e chiese loro un parere a proposito di una vasca unica oppure di due comunicanti. I manti scartarono l’ipotesi della vasca unica preferendo l’idea di due scomparti separati da una parete permeabile. Fatih mi disse poi che si era ispirato a un antico manufatto (ancora una volta) dei tempi degli uomini a terra, una specie di supporto per il sonno per due individui denominato letto matrimoniale, una sorta di ampia pedana che in seguito realizzò pure per noi, la nostra però priva di sponde perimetrali e paratia intermedia.

Pronta la vasca per i manti, non restava che passare all’azione. Fatih osservò che un ambiente ovattato e in penombra avrebbe avuto un effetto calmante, secondo lui i manti incoraggiati da tale atmosfera sarebbero scivolati via dai nostri corpi spontaneamente, sistemandosi senza recalcitrare nei loro rispettivi contenitori. Io ero comunque convinto che i manti avrebbero abbandonato i nostri controvoglia, ma avevo torto. Come previsto da Fatih, i manti ci assecondarono senza proteste. Bastò che ognuno di noi si sistemasse in piedi nello scomparto del proprio manto, perché essi intendessero il nostro desiderio e si staccassero facilmente fluendo placidi verso il basso. Ora i manti ci lasciano anche più volte in un mese, e ciò che in passato era impensabile ora risulta semplice e naturale. A quanto sembra, pure i nostri manti amano toccarsi e a volte ho addirittura la sensazione che non vedessero l’ora di staccarsi da noi. Fatih sostiene che ci sia parziale rimescolamento ogni volta che essi giacciono affiancati, ed è convinto che i nostri manti si scambino esperienze ed emozioni secondo una modalità che nessuno di noi poteva prevedere.

Devo ammettere che il tatto con Fatih è una esperienza straordinaria. Se necessario potrei ricominciare a nutrirmi in solitudine senza troppa fatica, sarebbe invece insopportabile tornare a una vita senza tatto. Nel mio mondo, nel mondo ai tempi di AA24, la vicinanza di cui Fatih ed io godiamo è uno strepitoso privilegio, e la scena dei nostri corpi placidamente accostati anche per molte ore di seguito continua a sembrarmi prodigiosa. [NOTA 2]

Documento 21.12AA45 – 2.11AA24. PS. Türkiye Türkçesi [NOTA 3]

Documento 22.12AA45 – 3.11AA24. PS. Ormanda bulgular [NOTA 4]

[1] [Nota di AA45] L’interpretazione di tali sigle è più semplice di quanto possa apparire. La prima serie indica l’anno di pubblicazione, la seconda l’anno di composizione. Tale testo è dunque il ventesimo documento pubblicato nel dodicesimo anno del 45° Archivista Alp, e invece è il primo documento composto dal 24° Archivista Alp nell’undicesimo anno dall’inizio del suo incarico. La sigla PS indica il gruppo dei testi personali, di contenuto autobiografico, che ogni archivista redige come legato alle generazioni future. Le convenzioni riguardo alla datazione dei testi risalgono ai tempi del primo archivista. Fu invece instaurata dai successori la norma che raccomanda l’edizione dei documenti PS non prima che sia trascorso il tempo di almeno venti archivisti (circa un millennio). A quel punto il diario personale di un AA, sciolto da ogni possibile legame con alcuno dei viventi, può assumere le connotazioni di documento storico e diventare valida testimonianza di una società scomparsa. Il primo archivista Alp (AA1), venerabile per la sua opera di storico dei grandi eventi, purtroppo lasciò scritto assai poco di sé. Quegli unici testi che trattano, con grande ironia, delle sue difficoltà con le innovazioni tecnologiche sono diventati classici della letteratura. Agli storici che desiderano conoscere a fondo le società del passato rincresce sapere così poco della personalità e dello stile di vita del primo archivista. Sicché, per ovviare a tale mancanza, i miei predecessori cominciarono a redigere testi autobiografici.
[2] [Nota di AA45] A conclusione del documento si legge la seguente citazione: «After a few seconds, when I felt it was safe to do so, I breathed a goodnight kiss into his hair, and could feel my own body tingle with happiness», Jonathan Coe, The Terrible Privacy of Maxwell Sim. Nell’archivio Alp non compare alcuna opera del romanziere Jonathan Coe, del quale tuttavia si conserva una scarna notizia biografica. Da tale testo si ricava che il romanzo da cui viene la citazione fu pubblicato nel 2011. Il titolo induce a pensare che Maxwell Sim sia il protagonista della vicenda narrata e suo è probabilmente il bacio nei capelli. Si noti che AA24 segnala con il corsivo una sua interpolazione consistente nella trasformazione presumibilmente del pronome her in un più attinente his, riferito a Fatih. L’inglese ai tempi di AA24 non era lingua d’uso comune, ma mentre adesso è nota solo a pochi glottologi, allora era molto apprezzata e usata dagli intellettuali.
[3] [Nota di AA45] Le convenzioni editoriali dell’archivio Alp prevedono che alla fine di ogni testo, che sia parte di una serie, si fornisca accurata indicazione del documento successivo. La lista PS di AA24 indica come seguito di Fatihim un testo intitolato Türkiye Türkçesi (Turco di Turchia), ma questo documento in archivio non c’è. Lo scrivente esclude che un documento dell’archivio Alp possa andare perduto ed esclude pure che un archivista, o un suo collaboratore, possa rendere un documento irrintracciabile a seguito di errata collocazione. L’eventualità poi di una illecita rimozione è semplicemente inaccettabile. Resta dunque l’ipotesi di una incongruenza originaria tra la lista e i documenti effettivamente depositati. Sebbene appaia inverosimile, AA24 avrebbe stralciato il testo Türkiye Türkçesi dalla serie PS trascurando di modificare la lista relativa. Il titolo del testo mancante fa pensare ad una dissertazione di linguistica storica o di sociolinguistica; e proprio il tema trattato, all’apparenza non personale, potrebbe avere indotto AA24 ad espungere il documento dalla serie. Tuttavia, tale testo non compare in alcun altro versamento archivistico del mio predecessore. Da ciò si ricava che AA24 decise di eliminare il documento, scelta a dir poco sconcertante se attribuita a un archivista. Ma se questa è l’ipotesi più ragionevole, se il documento non fu spostato da una serie all’altra ma semplicemente cancellato, allora perchè non premurarsi di cancellarne ogni traccia? Perché lasciare testimonianza della sua esistenza nella lista non aggiornata? Un rompicapo che rende AA24 e la sua serie PS ancora più interessanti.
[4] [Nota di AA45] In assenza del documento Türkiye Türkçesi si segnala il successivo nella lista, intitolato Ormanda bulgular (Ritrovamenti nel bosco), in cui Fatih è ancora protagonista degli eventi narrati.
 



Concorso "2020: Coming out nello spazio"

Eco e Crystal, di Sara Vaccaro (con illustrazione di Marta Scalvi)

Guardate: davanti a voi il mondo perfetto.
Io sono il Padre, creatore di una nuova era in cui comandano gli androidi!
Androidi: esseri perfetti, che non conoscono il male, al contrario degli umani.
Gli umani al potere sono stati eliminati da un gruppo di ricercatori nel campo delle neuroscienze e della cibernetica. Gli altri sono stati segregati in ghetti per genere in modo da non potersi riprodurre, sotto controllo satellitare. Pian piano saranno sostituiti dai nuovi proprietari di questo pianeta.
Io, Vladimir Ulianovic, sarò il vostro padre per sempre. Pian piano i miei organi verranno sostituiti da componenti elettronici, fino a trasformarmi in un cyborg. Così avverrà anche per tutti i mortali che se lo meriteranno grazie alla loro integrità morale. Solo la loro condotta deciderà il loro destino di perfezione.
Peccato sia esistito prima di me un esperimento andato perduto...
Ecco, guardate come camminano per strada le mie creature: il passo misurato, lo sguardo attento, il rispetto delle regole, il pronto intervento in caso di corto circuito.
Il senso morale è inscritto in loro. Non esiste la competizione e neanche il pudore. Sono puri.
Anche il sesso e il denaro, i motori della vecchia società, non sono un problema.
Vedete quelle colonnine elettroniche? Sono caricatori elettrici gratuiti, che stimolano i dispositivi addetti al lavoro.
Vedete quell’edificio colorato? Lì dentro si incontra la propria anima gemella. Se guardate i miei androidi non si nota la differenza tra maschi e femmine, sono asessuati, perciò non esiste quell’attrazione fisica che provoca i peggiori delitti. La differenza sta negli occhi: gialli nei maschi, viola nelle femmine, di gradazioni diverse da singolo a singolo. Gli androidi sono capaci di decodificarle per distinguersi. Per l’accoppiamento è sufficiente una stretta di mano: la mano destra contiene tutte le connessioni, come una porta USB, che permettono ai due androidi di creare una nuova rete cibernetica installata in una CPU da estrarre dal ventre della femmina, a partire dalla quale il nostro staff costruirà nuovi androidi. Ma notate bene: solo le ventose di due androidi pre-accoppiati dai tecnici possono entrare in sintonia. Il resto è errore di sistema.
Apro gli occhi.
Batteria carica.
Ultimo giorno di scuola.
Mi chiamo Eco. In realtà il mio nome è 281092, ma provo soddisfazione nell’inventare nomi.
Mentre esco di casa, guardo il sorriso affabile della gente intorno a me: sembra vedermi, ma non mi conosce davvero.
Ehi, quei due stanno amoreggiando: hanno aperto gli infrarossi!
Domani sarò anche io ridotta come quella che pende dai suoi byte.
So che compiuti i 3 anni è un percorso necessario, ma ci deve essere un codice in me che non vuole accettare di incontrare nel centro di accoppiamento un paio di occhi gialli.
Nel frattempo sono arrivata in classe e non posso fare a meno di girarmi per guardarla: 160892. Ma per me è Crystal. È seduta in ultimo banco per aiutare quelli più avanti di lei, che, come me, sono tardi in impulso elettrico. Muove la testa in scatti così sicuri e circolari che mi polarizzano le dita. Per non parlare poi di come si mette a fissare ogni cosa per risucchiarne i bit. Sei perfetta.
Decido di invitare Crystal a ballare quella sera, nel cortile della scuola.
Mentre mi muovo con lei, mi chiedo: ma perché ci riuniamo per danzare se poi ognuno resta per conto proprio? Cioè, questa negazione di un contatto prima del raduno di accoppiamento mi urta i circuiti.
Guardala come si piega…come alza il capo…come oscilla le braccia…come faccio a tenermene distante? Mi avvicino solo un po’…
Mi guarda! Per tutti i web, chi ha occhi così?!
“Mi sembra di esserci nata dentro il tuo prisma oculare. Forse era solo un arcobaleno prima di essere configurato in quel viola gamma. Ma no, perché li abbassi, Crystal? Ti stavo raccontando una storia via bluetooth…e perché metti le mani dietro la schiena?”
CRY: sei troppo vicina.
IO: cosa può succedere se ti tocco?
CRY: non farlo.
Mi dispiace ma non posso più stare solo a scansionarti.
Crystal sale le scale verso la nostra classe con passi lanciati, forse per paura che una ritardata come me possa trasgredire qualche codice di programmazione. Sento il suo hardware che borbotta in un’aula. Appena mi vede gira intorno alla stanza e si fornisce delle istruzioni.
IO: finirai per andare in corto circuito!
Scavalco un banco e l’afferro per le braccia. Le prendo la mano destra, perché non mi piace quando si martella la memoria centrale. La mano destra?!
SWIIICH!!
Che danno! Vedo a pixel! Ma cos’era questa scarica di energia  lungo i processori?!
Osservo Crystal, accasciata al mio fianco: continua a tenermi la mano. Provo a staccarla dalla sua, ma sembra un centro di gravità magnetico. Mi guarda, così tanto da farmi girare la memoria RAM.
CRY: sei il mio software gemello.
IO: cosa?
CRY: mi hai riconfigurata.
Restiamo in silenzio ad aspettare che finisca il formicolio digitale. Lei è mia ora: incredibile. A un certo punto si siede.
CRY: siamo un errore di sistema. Dobbiamo andare dal Padre.
IO: no!
CRY: dobbiamo.
IO: non voglio essere smantellata!
Crystal si alza e comincia a girare per la stanza come prima, ma emanando uno strano calore. Oh, scorie! Non ancora un corto circuito! Infrarossi, fatemi capire…
IO: Crystal, devi scegliere! Non riuscirai a trovare una soluzione tra i due codici: sono incompatibili! Non puoi ubbidirmi, come prevede la tua attuale configurazione, e allo stesso tempo confessare al Padre, come invece prevede la vecchia! Scegli uno dei due!
Crystal si tocca la testa e mi chiede aiuto.
Prendo un cacciavite nel kit di pronto soccorso nell’armadio. Le afferro la mano, così scivoliamo insieme.
CRY (occhi chiusi): siamo un errore: tu dovresti restare in piedi e sorreggermi, invece sei uguale a me…
IO: mi dispiace.
Le svito la calotta della testa.
IO: si è bruciato un filo…adesso…
CRY: cos’è questo rumore binario?
Mi tasta il petto. Nessuno mi si era mai avvicinato tanto…
CRY: dammi il cacciavite! Sdraiati.
IO: non vuoi che ti richiudo la testa?
Niente. Quando si fissa su una cosa, non c’è verso di tenere traccia…
Mi apre il ventre con maestria e infila un dito nel mio cratere, verso l’alto. Sento un dolore smagnetizzante. Crystal se ne accorge e lo ritira. Ora percepisco quel tump-tump in gola.
Forse potrei essere...un'umana!
Uscite dal cortile, Crystal mi invita a ricaricarmi da lei, di nascosto.
Mi arrampico con quattro salti e mi attacco alla sua finestra. Crystal mi trascina dentro afferrandomi le mani. Ci caschiamo addosso e lei rotea gli occhi per prendermi in giro.
Ci carichiamo a turno. Mentre lei chiude le palpebre, mi sdraio al suo fianco e le passo un dito sugli occhi. Attivo gli infrarossi: “Non ci credo che questo amore sia una cosa cattiva perchè una cosa cattiva non può farmi sentire così”. Le accarezzo la fronte e mi accorgo che è ancora calda.
IO: domani andiamo dal Padre: non posso rischiare di perderti ancora. Vedrai che non ci smantellerà: lui combatte le cose cattive e noi non lo siamo.
Crystal annuisce e mi sorride.
IO: raffreddati: ho scelto io per te. Così puoi mantenere i due codici.
CRY: cos’è l’amore?
IO: ecco, l’amore è…quando un androide ti piace tanto, così tanto che ti viene voglia di toccarlo…credo…
CRY: piacere…
Sembra che stia frantumando in bit quella parola…
Le sfioro le labbra con le mie e lei apre la bocca: una scintilla.
Il giorno dopo…
Dopo aver aspettato un network di tempo, riusciamo a varcare la soglia del salone di ricevimento del Padre.
La luce è potente e l’ambiente è circolare. Una squadra di androidi è piazzata lungo le pareti, con le braccia incrociate sul petto. Il Padre, seduto di fronte a noi, ci guarda in modo deciso, con il viso appoggiato su una mano.
PADRE: in cosa posso aiutarvi, figlie mie?
CRY: buongiorno, Padre. Siamo qui per fare il nostro dovere.
Crystal mi prende la mano destra e insieme cadiamo. È una fortuna chiudere gli occhi in questi momenti per non vedere le espressioni di chi ti circonda, ma non è sufficiente, perché il suono colpisce come uno strappo di fili.
Tutti gli androidi nella stanza lampeggiano, scandendo ad alto volume quella definizione infame: “ERRORE DI SISTEMA! ERRORE DI SISTEMA!”.
PADRE: zitti!
Almeno ritorna il silenzio. Fa già meno schifo. Mi alzo ma continuo a tenere la mano magnetica di Crystal.
PADRE: con quale coraggio mostrate questa perversione?
Ok, torna lo schifo. Si è pure alzato e mi fissa.
IO: io, Padre, sono venuta a chiederti di accettarci.
Oh no, ora si avvicina…
PADRE: hai visto gli occhi della tua compagna, 281092?
IO: sì.
PADRE: hai visto i tuoi?
IO: sì.
PADRE: e cosa hai decodificato?
IO: …che i suoi occhi sono bellissimi e i miei non fanno altro che cercarli…
Mi guarda come se lo avessi fatto a pezzi.
PADRE: se hai studiato storia androide, dovresti sapere che quelli come te sono un motivo per cui il mondo umano è andato in rovina: turbano la legge naturale. Tu non servi a niente. La tua compagna aspetta una CPU?
IO: no.
PADRE: allora che senso avete?
IO: so solo che lei mi vuole. Se fosse libera…
PADRE: se fosse libera?! Oh, credo che non ti guarderebbe nemmeno: sei un errore.
IO: non credo.
Il Padre mi guarda assorto e io vorrei intensamente non aver detto niente. Schiocca le dita.
PADRE:  prendete la sua compagna!
IO: chiedo perdono, Padre! Non farle male!
PADRE: figlia mia, non sono arrabbiato. Voglio solo aiutarti a decodificare uno script semplice.
Due androidi la trascinano via da me mentre altri due afferrano le mie braccia per tenermi ferma.
Sento i fili della mano destra tendersi in uno strappo. Deve sentirlo anche lei. Ma perché si divincola con tutto il corpo?!
PADRE: lei è costretta a starti vicina, 281092. Se si rifiutasse, andrebbe in corto circuito! Tu sei solo necessaria per la sua sopravvivenza…
Intanto Crystal continua ad allontanarsi e io mi sento più debole e il suo hardware impazzisce e…
IO: basta! Sì, sono io sbagliata, non lei! Per cui smantellate me…
PADRE: lei non può restare senza te perciò ci toccherà fare un lavoro unico.
IO: no. Altrimenti fai così: io sono una specie di umano. Potete farmi diventare un androide normale…sì, un androide con gli occhi gialli…sono io che non rispetto il mio ruolo…
PADRE: apritela.
I due androidi mi trascinano in un laboratorio, insieme a Crystal e al Padre. Il Padre controlla esterrefatto il mio petto aperto e mi pesa in un’occhiata.
PADRE: tu non puoi essere il cyborg sparito: mia figlia non era lesbica. Qualcuno deve avermi tradito.
Il padre si siede su una poltroncina e medita qualche minuto. Mi faccio coraggio e dico quello che avrei dovuto dichiarare fin dall’inizio.
IO: Padre, io non sono sbagliata. Sono loro, gli androidi. Soffrono perchè il giusto lo decidi tu. Non possono scegliere e rischiano di autodistruggersi come stava succedendo a Crystal. Devi fare qualcosa per i tuoi figli.
PADRE: Crystal?!
Il Padre si alza, con rinnovata energia, e si avvicina all’orecchio di Crystal, ancora appannata per la tortura. Per la prima volta, mi sembra così fragile, come il cristallo…
PADRE: 160892, come si chiama quel cyborg?
CRY: Eco.
PADRE (ride e alza le braccia): ah, hai visto, 281092?! Hai un’androide progettato alla perfezione: sta diventando a tua immagine e somiglianza. Ti attribuisce il nome che desideri. Memorizza solo quello che le dici. Splendido. Dove la trovi un’umana così fedele in parole e fatti?! Connettiti alla realtà, cyborg: questa è la felicità vera! Non cercare di cambiare questo nuovo ordine…
IO: ma lei è costretta ad amarmi. Lei mi ubbidisce per un codice, non per amore. Io voglio che mi ami.
Il suo sorriso mi fa paura.
PADRE: Crystal, la tua software gemella vuole che la ami.
Crystal sbarra gli occhi: è contro il suo codice di ubbidienza!
IO: non credergli!
PADRE: oh, Crystal, non puoi farlo? Hai ragione: tu non conosci nemmeno il significato della parola amore.
CRY: l’amore è…quando un androide ti piace tanto, così tanto che ti viene voglia di toccarlo…
PADRE: brava! E il tuo cuore lo sente? Ah già, non ce l’hai per cui è logico che non puoi amarla. Però Eco cosa ha detto?
CRY: io voglio che mi ami, ha detto.
IO: Crystal, tu sei perfetta! Credimi!
Mi comprime vederla così: le vibrano le spalle e la testa le fuma. Chiude gli occhi e apre la bocca, come durante il bacio. Mi desidera vicino, ma io non posso salvarla.
PADRE: ehi, cos’è questa bocca aperta, figlia? Chiudila!
IO: tu sei un pazzo!
Il Padre mi guarda terrorizzato. Mi sento il viso configurato in una smorfia strana, con gli occhi polarizzati.
PADRE (balbetta): io, io non ti ho configurato quell’espressione! Non esiste! Non puoi farla!
Sento urlare un piccolo qualcosa che ho dentro da sempre e apro la bocca per liberarlo.
IO: io invece la faccio!
Gli occhi del Padre sono sbarrati e mi ci posso specchiare dentro, zoomando: il mio viso è una smorfia di dolore e rancore. Il Padre si aggrappa alla poltroncina e fissa il pavimento.
PADRE: non la sua espressione…mia figlia…mi accusa…mia figlia…sei tu…quell’espressione…
Il padre crolla svenuto e i due androidi, che tengono Crystal, la lasciano libera per rispettare il codice prioritario di soccorso. Crystal, velocissima, accende un saldatore: lo dirige verso un androide, accecandolo per fargli mollare la presa. Io cerco di liberarmi del secondo, ma lui usa il mio corpo per difendersi e Crystal abbassa il saldatore. All’improvviso una squadra di androidi entra nel laboratorio e uno le storce il collo, spezzandole alcuni cavi: una lieve esplosione e Crystal si accascia.
Sbatto la schiena addosso a un tavolo che puzza da acido. Una fiammata. Mi scrollo di dosso quel tizzone ardente e nel trambusto prendo Crystal tra le braccia.
Esco da un’uscita di emergenza, scivolo sull’erba umida e appoggio Crystal tra gli steli.
I suoi occhi glitcthano.
Le tocco la mano destra e la mia carica energetica confluisce verso i suoi occhi. Tenta di dirmi qualcosa, in una codifica a scatti.
CRY: vai bene così. Io voglio amarti. Tua. Scegliere. Toccare.
Si spegne. La mia Crystal si spegne e quel qualcosa esige ancora la mia bocca aperta. Ma questa volta è un rimbombo, che sbatte tra le mie pareti d’acciaio e si infila tra i miei cavi di silicio.
E’ un’eco: “Crystal-ystal-ystal-al-al…”
Eco si lasciò scaricare, tenendo tra le braccia Crystal, la mano stretta alla sua, e neanche la scienza riuscì a vincere il campo magnetico che avevano creato.
Quanto al Padre, si riprese dall’infarto. Parlò a lungo con il suo segretario, ricordandosi il gusto salato delle lacrime sulle guance, quelle lacrime che voleva cancellare per sempre dalla faccia della terra ma che sua figlia gli aveva richiesto indietro.
Fu sufficiente questa seconda morte per cambiare i suoi progetti e promuovere un rapporto tra umani e androidi, in vista della libertà e dell’amore, che soli rendono autentico il mondo.
L'amor che move il sole e l'altre stelle”, legge il segretario di fronte alla campana di vetro presso la piazza della capitale.
Il nuovo popolo ibrido applaude il ritorno della cultura umana e guarda i due androidi che sapevano amare, custoditi sotto quello spesso strato di vetro che li protegge e li mostra allo stesso tempo.

Punteggio finale: 37,5