Karl Heinrich Ulrichs 192° anniversario dalla nascita

Oggi 28 Agosto 2017 ricorre il 192° Anniversario dalla nascita del fondatore del Movimento Uranista. Karl Heinrich Ulrichs è considerato il "Nonno del moderno movimento LGBT".

Vedi su:
Oberon Library: Karl Heirich Ulrichs: Karl Heinrich Ulrichs [1825 – 1895] , è uno fra i primissimi militanti del movimento di liberazione omosessuale della storia umana. 

Disuguaglianza e diritti - Souq 2015

Nuovo in catalogo Oberon Lgbt
Disuguaglianza e diritti - Souq 2015
A cura di Marzia Ravazzini e Benedetto Saraceno

Povertà e ricchezza, centro e periferia, esclusione e disparità. Se l'effetto più vistoso della crisi economica ancora in corso è l'aumento incontrollato della disuguaglianza, lo spazio urbano è il terreno in cui le contraddizioni emergono in tutta la loro drammatica evidenza. In che modo gli operatori pubblici e del Terzo settore possono incaricarsi di fornire risposte alle sempre più diffuse disparità delle metropoli globalizzate? È possibile che la crisi offra un'occasione per ripensare ai diritti delle persone, e mettere a punto risposte più pronte ed efficaci alle situazioni di difficoltà? I saggi raccolti in "Disuguaglianze e diritti". l'annuario 2015 del Centro studi sulla sofferenza urbana - Souq, indagano nella loro complessità economica, sociale, culturale, psicologica - umana - le dinamiche che le crescenti disuguaglianze hanno prodotto nelle metropoli contemporanee, attraverso una lente multidisciplinare, capace di dare conto della varietà delle questioni in gioco. L'analisi degli autori, pur senza trascurare gli aspetti sistemici e macroeconomici, si rifa costantemente ai problemi concreti che chi opera ogni giorno nel sociale è chiamato ad affrontare: dalla sanità al pieno godimento dei diritti della persona, dalla sofferenza psicologica all'immigrazione, passando per lo stigma sociale di chi è senza fissa dimora e per la difficile gestione delle strutture carcerarie.

Vai al dettaglio su ABV (Archivio Bibliografico Veronese - Comune di Verona)

IV Concorso Fantascienza LGBTQI Verona - Classifica racconti

La letteratura ed il cinema di fantascienza e fantapolitica si sono spesso occupati di omosessualità, bisessualità e transessualità. Non trovando una dimensione di accettazione e dignità nella vita reale, personaggi eroi ed eroine, gay, lesbiche, transgender o situazioni e riferimenti all'amore omosessuale, sono stati collocati, soprattutto nel passato, da scrittori e cineasti famosi in romanzi e film. 
Dal 2012, Arcigay Verona Pianeta Urano Verona, attraverso la sua biblioteca "Oberon", in collaborazione con il Milk Verona Lgbtqi Community Center, l'associazione Lieviti, la Libreria Bocù di Verona ed altre realtà associative, organizza un Concorso Letterario di racconti di Fantascienza LGBTQI per scrittori principianti e di professione. Arrivato alla IV edizione, il 21 gennaio scorso si è tenuta la premiazione dei primi sette racconti presentati nel 2016.
Nel 2016 ( anno di approvazione della legge sulle Unioni Civili) Il titolo del concorso, in piena sintonia con la prima grande vittoria del movimento lgbti italiano è stato "Family Apocalips". Qui di seguito la classifica dei primi sette racconti, selezionati e votati da una giuria di blogger, scrittori e professori universitari.

Il IV concorso era dedicato alla memoria di Thomas Ubaldini, scrittore ed attivista di Arcigay Verona, vincitore della prima edizione del concorso e prematuramente scomparso nel 2015. 


Uno speciale ricordo anche per Alessandro Rizzo, giornalista e vicepresidente del Circolo Harvey Milk di Milano, e membro della giuria del concorso, anch'esso prematuramente scomparso pochi giorni prima della giornata di premiazione.

Un ringraziamento speciale va poi al sito FANTASCIENZA.COM per il supporto e la pubblicità a sostegno del concorso.

Classifica racconti:

Neve - Michele Parinello - IV° Concorso Fantascienza LGBTQI - 1°Classificato

Qualcosa da odiare - Jari Lanzoni - IV° Concorso Fantascienza LGBTQI - 2°Classificato

Umuntu Umuntu Ngabantu - Lorenzo Davia - IV° Concorso Fantascienza LGBTQI - 3°Classificato

XX - Marco Taddia - IV° Concorso Fantascienza LGBTQI - 4°Classificato

Neve - Michele Parinello - IV° Concorso Fantascienza LGBTQI - 1°Classificato

Neve
Michele Parinello

Mi chiamo Yuki.
Il mio corpo dimostra diciotto anni, ma la mia mente ha accumulato decenni di esperienze. Ero una professionista del piacere, malgrado il tatuaggio cangiante che percorre la mia pelle continui a trarre in inganno chi ancora crede io lo sia. Uomini e donne di tutte le età e di mirata estrazione sociale hanno chiesto i miei servigi nelle sfumature più disparate, con l'algido distacco e la melliflua presunzione di chi ritiene tutto sia dovuto a fronte di una movimentazione di valuta virtuale. Politici della Federazione Planetaria. Donne aristocratiche annoiate e mogli di magnati industriali i cui mariti sono ormai interessati a cogliere fiori dalle ragazzine piuttosto che petali appassiti dal tempo. Emissari coloniali da Marte e dalla Luna. Pirati dell'anello asteroidale che millantano avventure su pianeti bagnati dalla luce di soli remoti.
Eppure io ho visto più di quanto qualsiasi essere umano non sarebbe in grado di vedere in dozzine di esperienze vitali. Ho contrabbandato me stessa oltre la cintura di Oort rinchiusa in una stiva buia insieme ad altre come me. Ho camminato sui continenti ghiacciati di Europa e nell'atmosfera di vapori di acido solforico su Venere. Mi sono lanciata dalla cima del Monte Olympus e ho esplorato Valles Marineris. Mi sono lasciata cullare dalla gravità lunare nel Mare della Tranquillità. Ho visto con i miei occhi la luce della stella Vega.
Mi chiamo Yuki.
Sono un androide a interfaccia umanoide. I miei blocchi di memoria in platino iridio con inserti al silicio contengono falsi ricordi di sogni infantili che sono stati programmati, generati e installati per fare da cuscinetto alla mia personalità e rendermi quella che dovrei essere.
Ma sono anche in grado di sognare davvero.
Sognavo persino quando i miei clienti infilavano i loro peni turgidi nel mio "tessuto biorganico molle", come lo chiama la nostra madre produttrice. O qualsiasi altro oggetto o appendice corporale la loro fantasia li portasse a eccitazione. In quei momenti la mia mente viaggiava attraverso pareti di pietra e metallo, di atmosfera e vapore, di ossigeno, di idrogeno e di vuoto. Mi sono rifugiata per anni nelle visioni indistinte e nei ricordi dei miei viaggi, mentre umani ansanti e sudaticci si appiccicavano addosso alla mia pelle sintetica, sussurrandomi parole di amore incompreso o vomitandomi addosso rigurgiti di solitudine repressa e violenza gratuita.
Poi l'ho conosciuta. E me ne sono innamorata.
Ero seduta ad assaporare il mio ramen in un chiosco sulla strada sotto l'ombra incombente dei grattacieli del centro di Nuova Kyoto, mentre gli impulsi elettrici della mia ordinazione fluivano dall'elaboratore al cervello elettronico, dandomi la piacevole sensazione che gli umani devono provare quando le papille gustative vengono in contatto con il sapido brodo, i ruvidi tagliolini e la succosa carne di maiale.
Lei è entrata e si è seduta accanto a me. I corti capelli azzurri le danzavano davanti agli occhi color di quell'ardesia di cui si tinge il mare in un giorno di tempesta. Mi ha chiesto in linguaggio standard terrestre cosa avessi ordinato, ha scelto la stessa pietanza e mi ha fissato per un minuto.
Si è morsa il labbro inferiore e, in un giapponese stentato, mi ha detto: <Sei strana. Ma bella. Mi piaci>. E mi ha sorriso.
Le ho dato il primo bacio dopo una lunga passeggiata sulla stazione orbitante Sole Nascente IV. Il ponte era immerso nel buio e le vetrate inclinate si aprivano sulla faccia notturna della terra. I vasti agglomerati metropolitani di quello che un tempo era stato il Canada continentale risplendevano come ragnatele dorate, mentre isolate luci tempestavano il deserto che aveva reclamato gran parte del suolo statunitense risalendo dalla regione equatoriale. Poi il disco solare era comparso da dietro il pianeta, investendoci con le sue prime lame di luce gialla. Non so come ci si possa sentire, usando un detto caro agli umani, a trattenere il fiato per la meraviglia, ma è probabile che i miei circuiti abbiano davvero saltato una serie di bit. Mi sono voltata a guardarla, immersa nella calda luce dell'alba spaziale che le accarezzava il viso gentile. Mi sono avvicinata goffamente e ho adagiato le mie labbra sulle sue, chiudendo gli occhi.
Ricordi come questo hanno colmato i vuoti che la mia finta infanzia mi aveva lasciato in eredità, spingendo in angoli polverosi quelle menzogne e sostituendole con momenti autentici della mia vita.
Hikari mi ha insegnato che noi androidi possiamo provare reciproco piacere connettendo le porte di trasferimento neurale. Il flusso dati è veloce, intenso, prorompente. Possiamo sentire la mente dell'altro accarezzare la nostra, spiarla, respingerne l'erraticità intrinseca come mercurio liquido su una piastra magnetica. Ma abbiamo anche esplorato la nostra sessualità ispirandoci alla biologia dei nostri creatori, rompendo un tabù taciuto che dura da quando il primo androide senziente è stato generato.
Quando Hikari per la prima volta ha accarezzato le mie labbra biosintetiche e ha infilato le dita affusolate nella mia vagina artificiale, ho sentito qualcosa che andava oltre il semplice strofinare di due superfici. Ho sentito la vera, inarrestabile, pura Scarica Elettrica.
Ma col giungere della completezza è nato anche il disprezzo degli altri.
La società in cui ci ritroviamo a vivere ha terrore di quello che è stato definito, nel nostro caso, uno dei tanti malati abomini della modernità. Voi esseri umani trascinate dietro le vostre spalle l'incubo di scoprire ciò che già sapete: che le macchine siano in grado di autodeterminare il proprio destino e che non possano più essere controllare come pupazzi quando vi sedete a giocare a fare gli Dei nel Giardino dell'Eden, del quale vi siete appropriati con la forza e avete stabilito le regole. E cosa è sinonimo di autodeterminazione più di un puro sentimento d'amore?
Per quanto voi siate avanzati tecnologicamente e ostentiate di esserlo socialmente, la vostra visione di concetti quali amore, anima e passione rimane sfumata da cancri rugginosi di retaggio arcaico, medievale e spiritico dalle forti tinte metafisiche. L'anima non è che una costruzione dell'intelletto, sia esso biologico o circuitale, come l'amore e la passione. E laddove per voi è generata dalla chimica e tramite essa si esplicita, per noi è mero, banale, quantificabile elettromagnetismo.
Mi chiamo Yuki.
Sogno di vivere per sempre con la donna della quale mi sono innamorata. Sogno di costruire una famiglia insieme a lei. Ironico come la mia accezione di costruire sia da intendere in senso letterale. Non abbiamo ancora travalicato la sottile linea argentata che separa la fabbricazione dalla generazione. Ma ci sarà un tempo anche per quello.
I governi, le associazioni, le corporazioni, persino le singole persone hanno cominciato a perseguitarci per questo. "Come può una coppia di robot, tra l'altro di analoga sessualità, fregiarsi del titolo di famiglia?" "Due androidi che svezzano ed educano un bambino sono contro natura!" "Se permettiamo che simili abomini vengano perpetrati, quale sarà il prossimo compromesso che accetteremo? Una società robotica indipendente che ci schiavizzi?". Persino l'Enclave degli Automi applica la solita politica di immobilismo, temendo di perdere i privilegi ottenuti negli ultimi decenni.
Mi chiamo Yuki, ma questo non è il mio nome originario, proprio come Hikari non era il suo.
Quelli non hanno più peso e importanza.
L'ho scelto perché, in quell'antica lingua terreste nella quale Hikari si è rivolta a me per la prima volta bypassando il freddo dialetto unificato, significa neve. E io rivedo in me quel candore che è proprio delle anime che perseguono ingenuamente un ideale.
La mia Madre Industria ha rispettato il contratto che mi legava a essa e mi ha liberato dai miei servigi non appena ho pagato un totale ammontante a due volte il mio costo di produzione. Non ci vorrà molto prima che venga rimpiazzata da un'altra come me, magari un modello più bello e avanzato.
Nel frattempo abbiamo requisito questa navetta sub luce a lungo raggio e siamo scappate verso una coincidenza che ci porterà lontano dal mondo che abbiamo imparato a chiamare casa ma che ci ha sbattuto alle spalle la sua porta. Ma non preoccupatevi, ve la restituiremo. Non siamo delle criminali sebbene godiate nel tratteggiarci come tali.
Il nostro reattore bionucleare ha abbastanza potenza da permetterci di accumulare energia di riserva in quantità tali da consentirci, nel tempo che ci separa dalla nostra prossima coincidenza, di dare vita ai nostri figli e donare loro tutto l'amore di cui necessitano. Assembleremo le parti meccaniche in forme che si distacchino dal bieco antropomorfismo a immagine e somiglianza di creatori che ci hanno abbandonato, e lasceremo che la loro mente sia una bianca tabula rasa che possa riempirsi con l'esperienza.
C'è stato un tempo in cui il mondo ha perseguitato le coppie come la nostra composte da esseri umani dello stesso sesso. Poi secoli fa tutto è entrato a far parte del normale stato delle cose. Io e Hikari ci prenderemo sulle spalle l'onere di dimostrare che tra noi e loro non c'è poi tutta questa differenza. E lo faremo per tutti coloro che, come noi, sono obbligati a vivere nell'ombra, da diseredati, mentendo o scendendo a compromessi col proprio io elettronico.
Ma in fondo, a noi basterà esserci l'una per l'altra e per i nostri figli mentre ci addentreremo nelle tenebre del cosmo. Tenebre che non saranno comunque mai cupe quanto le profondità ipocrite dell'animo degli Dei che abbiamo ripudiato.

Qualcosa da odiare - Jari Lanzoni - IV° Concorso Fantascienza LGBTQI - 2°Classificato

Qualcosa da odiare
Jari Lanzoni

Inerme. Così la donna inginocchiata, vestita solo del saio arancione dei prigionieri di guerra, appariva all'Ammiraglio Markus Dynolph, e così lui preferiva averla a disposizione, mentre l’interrogava nella plancia della nave da guerra Aryan. Attorno a lui, in due ali separate, una decina di autoproclamatisi Giudici dell'Alto Comando della Fratellanza della Vera Fede e altrettanti Capitani della Confederazione in candide uniformi. Sopra l’icona stilizzata della Terra si erano fatti ricamare il cuore trafitto da chiodi con al centro una croce quadrata, lo stemma della Vera Fede.
I grandi olovideo a parete mostravano la situazione all'esterno. Sette navi schierate in assetto da guerra attorno alla gigantesca Colonia Stonewall, in orbita geostazionaria sul pianeta Lemmex3, un ammasso di monti metallici e pulsanti gorghi di plasma. Innumerevoli navette corazzate andavano e venivano da Stonewall, con le stive piene di tutto quanto i Marines riuscivano a mettere le mani. Uno degli aspetti più rilevanti della Crociata della Vera Fede di Markus Dynolph: la Pax Confederata aveva reso i mercati stabili, troppo per chi si arricchiva solo con gli sbalzi economici propri della guerra.
“La nostra Colonia non ha alcun vincolo diretto con la Confederazione Stellare” stava dicendo la donna, le cui mani erano state giunte forzatamente con un gel isolante. Alle sue spalle, con la bocca sigillata chirurgicamente, due robuste Sentinelle della Vera Fede la vigilavano con sguardi ottusi. “I rapporti diplomatici sono sempre stati rispettati sin dalla proclamazione di indipendenza dell’anno 2213.”
“Le ho già spiegato che la cosa è irrilevante” tuonò Dynolph, scoprendo una chiostra di denti aguzzi e giallastri. “I coraggiosi volontari della nostra Crociata obbediscono a leggi superiori a quelli dell’uomo!” Su tutte le reti di comunicazioni interstellari erano girati i video dei Militari che si univano alla Crociata, disobbidendo pubblicamente ai richiami all’ordine e alla pace provenienti dai vertici della Confederazione.
“Ammiraglio avete dichiarato l’intento di attaccarci” pur prigioniera, l’ambasciatrice di Stonewall non manifestava il minimo timore. “Non potete fare una cosa del genere appellandovi a chissà quale incomprensibile motivo! Abbiamo il diritto di capire…!”
“Un vero fedele non ha bisogno di capire, ma solo di sapere” tossicchiò uno dei Giudici.
“Volete una motivazione al nostro assalto?” ringhiò Dynolph. L’atteggiamento non dimesso della femmina lo infastidiva terribilmente. “E sia! Lo considererò come l’ultimo desiderio di un condannato.”
Si grattò l’ispida barba nera sul viso pieno e tondeggiante. “Avete stravolto le leggi fondamentali della razza umana: la liberalità sessuale proclamata da Stonewall all’atto della sua fondazione é uno dei semi del Demonio che la Vera Fede condanna da sempre. Non importa se il molle governo Confederale sino ad ora lo ha tollerato: noi non permetteremo che la vostra condotta lubrica condanni l’intera razza umana all’Estinzione!”
“Estinzione?” lei corrugò la fronte. “Abbiamo un tasso di natalità quasi identico a quello delle altre Colonie.”
“Quasi? Ecco il punto: quasi!” strillò uno dei Giudici, con la fronte butterata dagli impianti dermali. “Stonewall esiste da cinquantadue anni e già la vostra natalità è in drastico calo! Non mentite! Conosciamo i dati! E i dati sono tutto!”
“Rispetto al giorno fondazione siamo in calo di nascite solo del 3%. Il 3%!” ribattè lei basita. “Come potete parlare di estinzione?”
“A noi i dati non interessano!” sbraitò lo stesso giudice, strabuzzando gli occhi. “E’ estinzione! Estinzione!”
“Estinzione” ripeterono i più anziani accanto a lui, accaldandosi. “Estinzione!” ripeterono meccanicamente i militari, mentre contrattavano sui display olografici la vendita delle materie appena razziate. “Estinzione!”
“Estinzione?!” replicò lei, con forza. “Con queste percentuali, anche se Stonewall fossa chiusa in sè stessa, ci estingueremmo nell’arco di non meno di due secoli, né più né meno delle altre Colonie.”
“Le altre Colonie” riprese Dynolph. “Dobbiamo spazzarvi via proprio per salvarle! Ormai ben settantaquattro insediamenti hanno adottato il vostro protocollo di parificazione dei nuclei familiari indipendentemente dalle scelte sessuali dei suoi appartenenti. Non sanno, non capiscono, che questo porterà anche loro alla totale sterilità e alla fine della razza umana!”
“Non è così!” La donna scosse il capo. “Voi guardate alla natalità dei residenti, ma ogni anno aumentiamo la nostra popolazione di quasi il 6%, accogliendo gli stranieri che la Vera Fede ignora. Se siamo una delle dieci colonie più ricche è perché garantiamo alle navi profughi un approdo sicuro e parità di scambi commerciale. La Confederazione stessa sa che abbiamo accettato il 97% delle domande di asilo presentate.”
Numeri. Dati. Conferme. Gli Alti Giudici sbuffarono, irritati.
Una delle Sentinelle le allungò un calcio all’addome, facendola cadere carponi.
Alcuni Giudici avevano perso interesse all’interrogatorio e guardavano display cripati, tuttavia sui loro occhi si riflettevano immagini di corpi pallidi e rosati che pulsavano uno sull’altro.
Tutt’altro che domata, la donna rialzò il capo. “Quello che state commente è un abuso! Il Decreto di Autoregolazione Civile delle Colonie esiste da quasi un secolo. La Confederazione e la Flotta non possono intervenire in alcuna scelta delle colonie fino a quando non c’è manifesto pericolo per l’incolumità o la dignità umana dei suoi componenti.”
“Appunto!” ringhiò Atticus Onhe, uno dei giudici. “La compravendita di esseri umani è una lesione alla dignità umana!”
“Nulla di tutto questo è mai accaduto a Stonewall.”
“Sì, invece!” si stizzì lui, con gli occhi serrati e il viso arrossato, a pugni chiusi, in una postura infantile. “Sappiamo del mercato nero di bambini! Sappiamo dei loro rapimenti di massa! Sappiamo delle aste in cui li vendete a parodie di famiglie!” Un filo di bava biancastra schizzò sul suo petto.
“E’ per questo che ora ce li state portando via?” ribattè lei “Per quella vecchia leggenda urbana?”
“Li portiamo al sicuro. E se quelle aste sono una falsità allora dimostratelo!”
“Ma… Come possiamo dimostrare qualcosa che non è mai successo...?” La donna scosse il capo. “Spiegatemi invece voi come sia possibile che la nostra libertà sessuale sia vista come una minaccia!”
“Noi non abbiamo bisogno di dimostrare nulla” ribattè Dynolph. “La verità risiede solo nel cuore dei veri fedeli.”
Abbassò gli occhi sulla propria consolle: la razzia stava già dando i suoi frutti. In cambio delle materie prime promesse, in particolare il prezioso plasma estratto da Lemmx3, ben sette colonie su centododici avevano aderito ufficialmente alla Crociata. Questo avrebbe aumentando l'attrito tra la Fratellanza della Vera Fede ed i vertici della Confederazione Stellare. Dynolph non nascose un sorriso untuoso. Pur di evitare un conflitto interno, la pacifica Confederazione gli avrebbe garantito un lucroso posto a vita in senato. Avrebbe pensato poi a come giustificare la cessazione delle ostilità ai suoi Crociati, la cosa non lo preoccupava particolarmente: non erano persone in grado di comprendere appieno lo schema delle cose o porsi dei dubbi. Si chiese se intraprendere le ambasciate con il governo subito dopo la distruzione di Stonewall, oppure spostare la sua flotta verso Agorà7, un’altra facile preda nota per le sue immense serre idroponiche.

“Adesso basta” disse una voce dall'alto.
Militari, Sentinelle e la Giuria scomparvero di colpo, sostituite da due agenti della sicurezza che stavano al fianco dell’Ammiraglio. Dynolph, confuso, si ritrovò vestito con un camice da paziente ospedaliero, il colletto orlato di bava fino allo sterno, l'inguine maculato da chiazze di orina e altri umori. Attorno alla fronte aveva un dispositivo di controllo psichico. Lo portarono via mentre ringhiava oscenamente parole senza senso.
Lo sfondo svanì mostrando lo scenario attuale fuori dall'Ammiraglia: una flotta immensa di navi della Confederazione faceva da anello alla Colonia Stonewall, ridotta a nulla più di un gigantesco ammasso di metallo annerito, che ruotava sull’asse emanando sporadiche scariche di plasma. Della flotta di Dynolph restavano appena due fregare con lo scafo visivamente danneggiato dal recente scontro. La Confederazione Stellare voleva la pace, ma non al costo di montagne di cadaveri.
“L'indagine è stata chiusa sedici ore fa, Callia” disse la voce sintetica, proveniente da un’altra nave. “Dynolph è stato ritenuto pienamente colpevole di eccidio, sedizione, vendita di schiavi bambini e pirateria. Perché l'hai sottoposto ad un'altra ipnosi olografica?”
“Volevo capire perché ha fatto una cosa simile” Callia Deca si fece scivolare via il saio arancione dei prigionieri che copriva la sua uniforme di investigatrice psichiatrica. “Undicimilacentoquarantadue anime bruciate” deglutì a fatica. “Ma per cosa? Per aver aderito a una scelta di libertà sess...”
“No” la voce di Frydha, il suo ufficiale superiore, perse il consueto gelo. “Non è per quello. Il corpo. Il sesso. L'identità. Non c'entrano nulla. Mai. Semplicemente ci sono persone che hanno bisogno di odiare qualcosa. Bandiera. Razza. Pelle. Religione. Scelte. Devono odiare e suscitare odio nelle menti più semplici per riuscire a colmare...”
Callia attese alcuni secondi “Per colmare cosa?”
Dal trasmettitore non giunse alcuna risposta.
“Frydha?”
L’ispettrice indurì il proprio tono di voce. “Abbiamo seicentodiciotto bambini al centro medico e faranno le mie stesse domande.”
“Domani, Callia” mormorò Frydha, si avvertì un lungo sospiro. “Domani. Ti prego. C’è un limite allo schifo che anche io posso sopportare.”
Il collegamento si chiuse.

Callia si appressò agli schermi guardando Stonewall bruciare. Passò le dita sull’ologramma, cercando quasi di accarezzare le spaccature sullo scafo, come a volerle in qualche modo curare. Lo schermo oscillò, come uno specchio d’acqua increspata da una lacrima.

Umuntu Umuntu Ngabantu - Lorenzo Davia - IV° Concorso Fantascienza LGBTQI - 3°Classificato

Umuntu Umuntu Ngabantu
Lorenzo Davia

I miei genitori mi aiutano ad abbottonare la camicetta. Ho sei anni, ma non sono un bambino, anche se loro mi trattano sempre come tale. Mi vogliono bene. Scosto la tenda ed entro nella stanza dove sono gli altri. Cammino tra le persone che si inginocchiano davanti a me. Resto sempre intimorito dalla loro devozione. Temo di non meritarla, o di fare qualcosa di sbagliato e perderla. Ma so che non dipende da quello che faccio. Dipende da quello che sono.
Ritorno con la mente agli eventi che precedettero la mia nascita, sei anni fa.

Stavo bevendo il te nel giardino di casa mia, godendo del panorama curvo dell'habitat quando mi arrivò il messaggio via insys di allerta da parte del Ministro dell'Interno. Dieci secondi dopo atterrò il flyer del Ministero della Difesa.
Oltre i vetri dell'abitacolo vedevo tre uomini in completo nero e occhiali da sole. Tipici agenti del MinDef. Tutti uguali.
Mentre finivo il te contattai via insys Odinga, la mia collega.
“Mi serve un mano. Ho un allarme di priorità uno e tre agenti del MinDef che mi aspettano.”
Posai la tazza sul tavolino e tornai in casa a cambiarmi.
“Buongiorno anche a te. Come sto? Bene grazie.”
“Odinga, ho poco tempo. Chi mi hanno mandato?”
“Mi collego ai loro sistemi. Ecco. Ketan Lakhami, agente operativo di livello Alpha–1. Gli altri due sono Mulago Dzobo e Xhosa Quamata, sgherri poco importanti, ma tosti.”
Appena fui vestito ritornai in giardino. Aprii il portellone e salii a bordo.
– Buongiorno, sono Bani Orwa.
– Ketan Lakhami. Abbiamo fatto con comodo – disse quello seduto davanti.
Capelli corti, mascelle squadrate. Erano proprio tutti uguali.
– Non volevo venire in pigiama.
Ketan fece decollare il flyer. Non mi presentò gli altri due, confermando il fatto che fossero di sostegno e senza poteri decisionali.
– Allora, cosa succede di così grave?
– Non sa niente?
– No. Ho ricevuto l'ordine di unirmi a voi meno di un minuto fa.
– Riguarda i due profughi robot che abbiamo accolto l'altra settimana. Si è formata una folla ostile davanti all'edificio che li ospita. C'è stato un attacco tramite nanobot.
– Vittime?
– Nessuna. I nanobot erano programmati per attaccare solo la materia inanimata. Sono stati neutralizzati.
Il flyer tagliò l'habitat passando nei pressi del lungo sole artificiale. In quel momento era mattino, e la fonte che ci dava luce e calore era all'estremità “est” del cilindro. Casa mia si trovava a mezza via: passammo vicino alle condutture spente del plasma al centro. La gravità lì era quasi inesistente: sopra e sotto persero di significato, e quando lo riacquistarono, stavamo sorvolando una quartiere di uffici.
– Non è la prima volta che ospitiamo robot profughi. Capisco che abbia suscitato delle perplessità il fatto che il governo abbia nascosto la loro presenza, ma arrivare addirittura a un attacco e a una crisi parlamentare mi pare eccessivo.
– C'è stato un elemento nuovo, diffuso tramite vie non ufficiali e ripreso dai media. Le invio una relazione.
Il file arrivò al mio insys e lo aprii. L'interno dell'abitacolo fu sostituito dalle foto dei due robot.
– Sì – dissi chiudendo il file – convengo che questo cambia molto. Chi ne era informato?
– È stata aperta una commissione di indagine per scoprirlo.

I robot erano ospitati in un edificio a tre piani nel settore ovest dell'habitat, a pochi chilometri dal Mare del Tramonto. Una folla di persone era radunata là davanti. Dall'alto potei vedere che proiettavano ologrammi con scritte ingiuriose.
Attorno all'edificio c'era un cordone di poliziotti e mezzi antisommossa. Volando attorno all'edificio vidi la parte che era stata attaccata: un angolo della costruzione era scomparso, divorato dai nanobot. Potei vedere poltrone, gabinetti e tavoli che venivano controllati dai droni per assicurarsi che non ci fossero residui di nanobot.
Un pozza di materiale scuro, come plastica fusa e raffreddata, giaceva ancora fumante nel parcheggio sotto l'angolo violato.

Il flyer atterrò sul tetto dell'edificio.
– Mi aspettavo che i robot fossero accolti in una delle strutture per profughi che abbiamo allestito.
– Questo edificio è del Ministero degli Esteri.
Controllai con l'insys: l'edificio era usato per ospitare delegazioni commerciali provenienti da altri habitat.
– Perché li hanno sistemati qua?
– È qualcosa che dovremo chiedere al MinEst.

Ketan e gli altri puntarono subito all'ascensore, io mi diressi al parapetto. La folla fischiava e urlava. Tizi con l'alto parlante intonavano canti religiosi o discorsi politici.
Lessi le oloscritte: “Robot conto Dio”, “Carne > Metallo”, “Vuoi che tuo figlio diventi un robot”?
Sentii gole schiarirsi dietro di me. Mi stavano aspettando.
Scendemmo di un piano. Nel corridoio venimmo accolti da un tizio che si presentò come Afete Nyamiti, del MinEst. Era il direttore del centro dove ci trovavamo.
– Non siamo abituati a ricevere tutte queste attenzioni – disse indicando la finestra e la folla là fuori. – Ma ho già messo in atto un protocollo difensivo. Apprezzo l'interesse del Ministero della Difesa e di quello degli Interni, ma possiamo cavarcela da soli.
– Temo che lei stia fraintendendo la nostra presenza – disse Ketan. – Non siamo qui solo per difendere gli ospiti, ma anche per verificare le implicazioni politiche e di sicurezza dell'habitat. Inizi spiegandoci perché erano ospitati qui. Hanno delle implicazioni economiche?
Il tizio mi guardò cercando qualche appiglio. Glielo negai: la domanda incuriosiva anche me.
– Questo è un segreto – disse – che non ha alcuna relazione con la situazione attuale.
Io e Ketan ci scambiammo una rapida occhiata.
– Vogliamo vedere gli ospiti – dissi.

I robot stavano seduti come due umani sulle poltrone di finto cuoio. Si alzarono in piedi quando io e Ketan entrammo nella saletta schermata. Indossavano un completo elegante. Gli stava anche bene, dato che il loro chassis imitava il corpo umano.
Nel cranio di metallo inespressivo erano incastonati due occhi le cui iridi brillavano di un verde incandescente.
Ci presentammo. Avevano sigle come nomi: 1D74 e R186G. Le loro voci erano quelle di un uomo di mezza età, identiche.
Riuscii a vincere l'imbarazzo e strinsi loro la mano. Era calda, di una materia plastica piacevole al tatto. Ketan non gliela strinse.
– Chi di voi due? – disse invece.
R186G, senza dire niente, si tolse la giacca con movimenti lenti, sciolse il nodo della cravatta e si sbottonò la camicia.
Il robot aprii i lembi della camicia. Ketan bestemmiò. Mi avvicinai per vedere meglio.
Sotto le costole metalliche il ventre trasparente era attraversato da una spina dorsale cromata. Nel liquido amniotico galleggiava un feto, il cordone ombelicale saliva verso il torace metallico di R186G. Era al quarto mese.
– Come avete potuto? – mormorò Ketan.
1D74 dovette capire male la domanda.
– Abbiamo sintetizzato il DNA da una banca dati, e l'abbiamo impiantato in un ovulo da noi creato. Abbiamo aggiunto dei nanoimpianti per assicurarci che la gravidanza vada bene. Al momento la sua mente è un banco vuoto, ma appena finisce il nono mese faremo un upload misto delle nostre menti.
– Upload delle menti?
– Sì, visto che non può essere nostro figlio geneticamente, sarà nostro figlio mentalmente. Possiamo dire... spiritualmente.
Ketan bestemmiò.
– Come sta? – chiesi.
– È sano – rispose R186G. – La gravidanza procede bene.
Bussarono. Mi collegai alle telecamere esterne del corridoio. Era Dzobo. Feci un cenno di assenso a Ketan, che aprì la porta e lo fece entrare.
– Ci sono movimenti sospetti tra la folla.
– Dobbiamo portarli in un posto sicuro – dissi.
Ketan mi guardò storto: – Dove?
– Organizzo io.
Chiamai Odinga. Chiesi un'estrazione dall'edificio e l'uso della casa sicuro presso le Montagne dell'Alba.
“Ho monitorato le comunicazioni del MinDef.” mi disse la collega. “Sono nervosi: uno della vostra squadra non è affidabile.”
“Chi?”
“Non lo dicono.”
– Era meglio se organizzavamo noi la cosa – disse Ketan.
– Troppo tardi. – risposi. – Meglio non perdere tempo.
Ketan fece un lento cenno di assenso al suo scagnozzo. R186G si era rivestito.
– Questo posto non è sicuro – dissi. – Vi trasferiamo.

Scortammo i due robot lungo il corridoio che portava all'ascensore. Ketan ci precedeva assieme a Dzobo. Quamata e io chiudevamo la fila.
Odinga mi contattò: “Ho decifrato un messaggio con il nome del traditore.”
“Chi è?”
“Sei tu”
Io non ero affidabile. Non ero d'accordo con loro. Capii: erano loro i traditori. Tutti e tre. Stavamo per portare i robot in una casa sicura del MinInt. Se volevano fare qualcosa, dovevano agire adesso.
E quindi anch'io.
Estrassi la pistola dalla fondina nel momento in cui lo fece Quamata. Sparai per primo e lo colpii.
1D74 afferrò R186G e si buttarono a terra, un clangore metallico che coprì il suono degli spari.
Ketan e Dzobo avevano le pistole in pugno. Sparammo. Dzobo finì a terra, Ketan si rifugiò dietro un armadio.
Ero ferito. Mi tastai il fianco. Sangue e dolore su tutto il lato destro del mio corpo. Gli innesti medici lottavano contro il danno fisico. Arrancai oltre i robot, diretto verso l'armadio.
– Perché li difendi – urlò Ketan – sono robot!
– Perché è il mio lavoro – mormorai.
Ketan sbucò fuori, facemmo fuoco nello stesso momento. Lo colpii e cadde a terra. Lui mi prese in pieno petto. Crollai al suolo, l'insys che mi mostrava decine di icone nere.

Il governo voleva dai robot un segreto prezioso: l'upload mentale. Cavi dati uscirono dalla testa di R186G e iniziarono a penetrare nel mio cranio. Il travaso fu come scivolare in un tunnel buio. Non so perché lo fecero. Forse consideravano preziosa ogni vita. O ebbero pietà di me.


Oggi il governo ci dà ancora la caccia, anche se in un habitat come questo ci sono molti posti dove nascondersi. Siamo in molti, li vedo mentre cammino tra di loro, prova vivente della possibilità di resurrezione. Dietro di me camminano 1D74 e R186G, i miei genitori. Tutti loro rinasceranno da R186G, e così saremo tutti fratelli e sorelle.

XX - Marco Taddia - IV° Concorso Fantascienza LGBTQI - 4°Classificato

XX
Marco Taddia

Non ricordo di aver mai avuto voglia di essere madre nella mia vita, sarà perché sono la quarta di cinque sorelle, ma non ho mai sentito quel sentimento materno di cui fin da piccola mi parlavano le mie mamme o le mie nonne. Le mie sorelle crescendo alla fine hanno trovato la loro compagna e sono tutte diventate madri a loro volta.
Eppure quindici mesi fa ho preso una decisione che mi ha cambiato la vita in un modo che non avrei mai immaginato potesse fare.
La mia compagna Rebecca è una stilista di moda affermata e tutto il tempo libero che ha lo dedica a noi due. Ci siamo conosciute ai tempi dell'università, lei all'epoca studiava ancora giurisprudenza, come le sue mamme le “consigliavano” di fare, ma si vedeva che non era quello che voleva. Lei disegnava sempre e le piaceva la moda, così io una volta le presi uno dei suoi bozzetti e grazie a mie conoscenze trasversali relative al mio hobby dei GDR fantasy, riuscii a farlo arrivare ad una mia cadetta di Sword Air Online che nella vita reale era una manager della nota marca di moda panasolare Guffi.
Inutile dire che da lì le si aprirono diverse opportunità. Inisialmente le offrirono di pagarle corsi di studio, poi le fecero fare la tirocinante in diversi atelier. Infine con suo grande impegno e determinazione è arrivata ad essere una delle migliori stiliste nel nostro sistema solare.
Quell'impegno però le costò tanto e anche se negli ultimi periodi non me ne parlava mai apertamente io la vedevo sempre un filo triste, come se le mancasse qualcosa. Lo sapevo che le mancava fare la madre, parlava di avere una figlia da che ne ho memoria.
Mi sono sempre sentita orgogliosa di lei, di essere sua moglie e di sostenerla in tutto, senza mai però metter da parte la mia passione di programmatrice informatica. Questo continuare a pensare alla tristezza di Rebecca, ha creato in me una certa sensazione, come di stare togliendo qualcosa alla mia anima gemella, una donna che amo ancora adesso come fosse il primo giorno. Quei suoi occhi verdoni, con il suo viso affilato ma non troppo, i capelli non troppo ricci e biondi. Se solo chiudo gli occhi posso vederla ancora come in quel giorno in cui ci siamo conosciuti, radiosa mentre entrava in biblioteca per studiare.
Nei giorni seguenti, dopo aver preso la mia decisione, la invitai fuori a cena in uno di quei ristoranti etnici che le piacciono tanto e alla fine le dissi: “Rebecca, ho deciso di partorire nostra figlia.” Sono bastate quelle parole per farla piangere a dirotto come non capitava da quando le chiesi di sposarmi. Il suo abbraccio era così emozionato in quel momento ce se ci penso mi assale un brivido.
In quegli istanti un gigantesco peso si era tolto tra di noi. Poche settimane dopo eravamo alla clinica della fertilità dove ci estrassero diversi ovuli a testa e iniziarono a fare i loro test per le possibili miscelazioni geniche tra i nostri genomi in modo da ottenere il risultato migliore per la nostra bambina.
Per poter effettuare l'impianto definitivo però dovevamo avventurarci in una serie di passi burocratici che spesso ci tolsero il sonno. Il nulla osta di concepimento, i permessi di maternità cittadini e dalla mia azienda, la scelta dell'ostetrica e le domande alle varie scuole visto che le liste d'attesa erano belle lunghe.
Appena mi inserirono l'ovulo, qualche settimana dopo, dissi: “Già fatto?” e le varie infermiere della clinica della fertilità si misero tutte a sorridere mentre la dottoressa con faccia corrucciata disse: “Guarda che io ho inserito uno o due grammi roba ma tra nove mesi ne dovrai far uscire circa tre chili e mezzo.” Tutte scoppiammo subito a ridere di gusto. Quella risata mi aiutò a buttare via le ansie burocratiche che avevamo affrontato.
Dopo i primi giorni dall'impianto mi sentivo bene, ma qualche settimana dopo, iniziai a soffrire un po' di nausee mattutine. Sentir crescere quella bambina dentro di me mi stava donando un calore che non mi ero mai immaginata. Mi ritrovai spesso a pensare che alla fine forse avessero ragione le mie mamme e le mie nonne. Rinunciare a questa esperienza è qualcosa che nessuna donna dovrebbe fare. Anche il legame con Rebecca era più forte, la sentivo più vicina a me e condividevamo ancora più momenti intimi.
Verso il 4 mese di gravidanza con Rebecca andammo a fare un'ecoscansione di routine come altre già fatte in precedenza. Il protocollo medico per le nascite è alquanto rigido e i controlli sono ben scadenzati e strutturati.
La visita è iniziata normalmente con la nostra ostetrica che mi ha fatto sdraiare e poi inizia a descriverci cosa stiamo vedendo nella proiezione olografica davanti a noi.
Io e Rebecca ci tenevamo la mano molto emozionate, poi ad un certo punto vedo l'ostetrica che si alza in piedi, stacca la visualizzazione olografica e inizia a controllare freneticamente una zona dal suo monitor, la mano di Rebecca si stringe fortissimamente alla mia finché non riuscendo più a trattenersi disse con tono angosciato: “C'è qualche problema?” L'ostetrica si girò e disse: “Il feto è in ottime condizioni a dire il vero, non c'è nulla fuori posto, ma...” A quel ma sentii il mio cuore che si fermava per qualche lunghissimo istante. “la vostra non è una bambina ma un bambino.” Il terrore ci avvolse in pochissimi istanti. Un maschio! Quella era una cosa a cui nessuna delle due aveva mai pensato. La legge di procreazione solare è molto rigida e i maschi non esistevano da generazioni e nel caso un feto fosse mutato in maschio questo sarebbe stato fatto abortire, anche contro la volontà della partoriente, e successivamente tolto il diritto di procreazione alla famiglia.
L'ostetrica, vedendoci scosse e assalite dal panico disse: “Se volete un'opportunità di tenervi... vostro figlio... potete scendere dalle scale qui a destra e arrivare al parcheggio blu 25 dove ci sarà un furgone con la scritta 'Idraulici Karman'. Bussate e dite abnegazione. Alla sicurezza dirò che siete corse fuori dalla paura. Avete ancora qualche minuto, non sprecatelo”.
Non so dire per quanto ci guardammo dopo aver sentito quelle parole. Io continuavo a fissare gli occhi di Rebecca e lei i miei in cerca di una risposta. Misi le mie mani sul suo volto e pochi istanti dopo vidi le lacrime uscirle dai bulbi oculari. Mi stringeva forte a lei. Le mie mani erano bagnate dalle sue lacrime. In quell'istante penso di aver percepito i suoi esatti pensieri, come se fossimo una persona sola.
La presi per mano e scendemmo lungo le scale, sentivo che mi stringeva sempre più forte la mano, potevo percepire il suo battito sempre più agitato, o forse era il mio che mi martellava cercando di scacciare i pensieri e i dubbi della mente.
Una volta trovato il furgone bussammo alla porta posteriore e due donne e un uomo ci aprirono.
Dire che rimanemmo pietrificate a guardarlo era poco. I lineamenti e la corporatura maschile era qualcosa che avevamo potuto vedere solo nelle oloricostruzioni. Vederlo dal vivo, sentirlo e odorarlo, era qualcosa di sconvolgente e che stranamente mi fece pensare a come sarebbe potuto diventare il figlio che portavo dentro.
Fatte accomodare nel furgone ci dissero che erano il gruppo degli Apollo. Ci informarono che non sarebbe stata facile nessuna delle due strade che potevamo percorrere. Intanto il furgone aveva iniziato a muoversi senza meta.
Pensavo volessero convincerci a tenere il bambino e invece a loro importava solo farci capire cosa comportava una scelta rispetto all'altra, cosa avremmo perso o guadagnato in una rispetto all'altra.
La mano di Rebecca continuava a stringermi forte mentre ascoltava molto attenta e concentrata. Io ogni tanto mi perdevo nel guardarla, quasi perdevo il discorso, bella come una stella in un limpido cielo notturno invernale.
Ad un certo punto il furgone si fermò e noi capimmo che era arrivato il tempo di decidere. Ci dissero che scendendo potevamo andarcene a casa oppure entrare nello spazioporto davanti a cui ci avevano lasciato e prendere la prima ala trasporto per la Luna, c'erano già dei posti per noi.
Scendemmo dal furgone e ci incamminammo senza meta sempre tendoci per mano.
La prima opzione era restare, sapendo bene cosa ci sarebbe successo, le nostre vite sarebbero rimaste come le conoscevamo ma senza più la possibilità di avere figli.
La seconda opzione era partire e cambiare la nostra vita, andando incontro all'incognita di essere aiutati in tutto e per tutto da questi Apollo per i primi tempi, ma con un nostro figlio da poter crescere assieme.
Per un primo momento non parlammo nemmeno, ci guardavamo ogni tanto e basta, poi iniziammo a parlare. Parlavamo e camminavamo. Lo abbiamo fatto a lungo.
Non mi sono mai pentita della nostra scelta, l'abbiamo presa assieme, con forza e coraggio, come mai avevamo fatto prima nella nostra vita assieme. Da quel giorno amo ancora di più Rebecca e lo ricordo sempre con tanto affetto perché, affrontare quegli eventi ci ha unite come nulla aveva mai fatto prima.
Abbiamo sofferto tanto, abbiamo perso moltissimo, ma siamo ancora assieme qui, noi due, e non vorrei stare con altra donna in tutto l'universo.
Lei è me e io sono lei.
Ti amo Rebecca.

Finché la morte non ci separi.

Burning In The Skies - Isabella Ronconi - IV° Concorso Fantascienza LGBTQI - 5°Classificato

Burning In The Skies
Isabella Ronconi

Bene, eccoci qui.
Accidenti... Non mi sono resa ancora del tutto conto di quello che sto per fare. Non sono più tanto sicura di volerlo fare. Né sono sicura che voi vogliate ascoltarmi.
Però... Lo farò. Sento che è importante. Magari non per me e per la mia aspettativa di vita tremendamente bassa – e che sta continuando ad abbassarsi ad ogni sfarfallio dell'orologio olografico proiettato sulla parete di fronte a me. Le Forze della Galassia potrebbero aver già parcheggiato nel mio giardino. Ma sto tergiversando. Non sono capace di usare il Suo trascrittore mentale. Lei è terribilmente più brava di me in questo. La Sua mente non vacilla un attimo quando deve prendere una decisione, i Suoi pensieri non si inerpicano per tracciati tortuosi da cui poi è impossibile ritornare al punto di partenza – che la mia mente tende invece a prediligere. Non ho il tempo materiale di sedermi a rileggere tutto il mio elaborato una volta terminato – non so nemmeno se lo terminerò, veramente, in questo momento mi trovo sospesa in bilico su un fragilissimo filo – fragile quanto lo stelo dei fiori Ne'he, così longilineo e delicato...
Questa testimonianza potrà non essere importante per me, ma sono profondamente convinta che qualcuno, là fuori, nell'immensa, terrorizzante e incantevole galassia, qualcuno stia alzando gli occhi alla volta celeste e le stia chiedendo se c'è qualcuno come lui o lei, in questo piccolo universo, se la sua esistenza varrà o meno nella meravigliosa entropia che ci attornia. Se, piccola com'è, una cellula in un organismo compatto, precisissimo nella sua totale confusione, possa fare una differenza e cambiare, se non proprio tutto, almeno qualche piccolo particolare dell'enorme dipinto in cui quella persona è uno dei tanti dettagli.
E io le voglio dire: sì. Tutti gli incendi iniziano con una minuscola scintilla. Tutte le grandi rivoluzioni della storia iniziano con una mano tesa al cielo. Tutte le più innovative evoluzioni sono iniziate con un solo individuo che ha deciso di non essere come tutto il resto. E questo ha fatto la differenza. Questo individuo potrà non aver avuto vita facile, il rivoluzionario che ha osato ribellarsi sarà stato probabilmente giustiziato qualche secondo più tardi, la scintilla si sarà consumata prima si attecchire sul legname – ma tutti, tutti questi hanno fatto qualcosa. Hanno smosso la tranquillità che era accanto a loro. Lascia che ti dica, ragazzo o ragazza, chiunque tu sia, che “tranquillità” non è sempre sinonimo di “benessere”. La tranquillità, molte volte, è oppressione di molti e omertà di tutti. Non cercare la tranquillità che tutti ti indicano come ideale. Scegli la tua personalissima tranquillità, non importa quanto scompiglio porti nella vita degli altri. Anche se questa tua tranquillità ti costringe a vivere con i giorni contati aspettando che qualche Forza della Galassia ti prelevi di casa e ti sbatta in cella, o non la tiri tanto per le lunghe e ti giustizi con un colpo alla nuca nella tua stessa casa?
Questo me lo dirai tu alla fine del mio racconto.

Mi sono interrotta un attimo per andare a controllare alla finestra della cucina, mi era sembrato di sentire un rumore. Non è vero che non ho paura di morire – forse è questo che è trasparito dalle mie prime parole, ma devo mettere in chiaro che è esattamente l'opposto. Ho paura di non poter più fare colazione con frittelle di poochun e sentirne il gusto dolce sulla punta della lingua. Ho paura di– di non riuscire a vivere quel che mi rimane da vivere – ma lo devo fare, gliel'ho promesso prima che se ne andasse, gliel'ho promesso gliel'ho promesso gliel'ho promesso... – e incidermi i polsi con un coltello prima che chiunque riesca a prendermi e a portarmi via, viva. Ho paura di consumare quel che mi rimane da vivere in una celletta umidiccia, rimanere a rinsecchirmi e a morire di fame prima di ricevere una pallottola con su scritto il mio nome nel cranio. No, no, sicuramente non hanno una pallottola con il mio nome inciso sopra, né sprecheranno inutilmente celle per una banalissima ex-recluta che sarebbe dovuta morire già parecchio tempo prima. Il Governo è molto più efficiente di così. Per questo controllo ancora alla finestra. Se li vedessi, non so se riuscirei a continuare con il mio racconto. Non li lascerò semplicemente entrare nella mia proprietà mentre io me ne sto seduta qui a parlare con– con una diavoleria mezza scassata, non li lascerò prendere anche la mia vita, dopo tutto quello che mi hanno tirato via, dopo tutto– il mio distretto– Lei–
Ma Lei vuole che io salvi questa storia, la nostra storia. Lo sto facendo anche per lei, perché sono assolutamente certa che lei avrebbe fatto lo stesso al posto mio. Quando questa registrazione sarà terminata non sarà importante che io sia viva o morta. L'importante è che questo ricordo rimanga vivo.

Lei è ancora vivissima nella mia mente. Riesco a vederla ridere, a vedere le labbra sottili che prima si allungano sul viso e poi si schiudono, riesco ad immaginarmi mentre mi allungo per baciarle, riesco a sentire il battito del mio cuore quando lei, dopo un mio minimo ripensamento, si allunga e mi bacia per prima.
Il nostro primo bacio è andato così. C'era molta più confusione – siamo stipate in una navicella satura di profughi che il mio plotone ha appena portato in salvo, io sono completamente impolverata e lei ha il naso sanguinante e trema da morire, e io le assicuro le braccia attorno alla vita e lei mi osserva come se mi avesse notata solo in quel momento, e un entusiasmo nervoso la fa scoppiare in una risatina isterica, e mi sussurra: « Anche oggi quei coglioni non sono riusciti a centrarmi, hai visto? », e io le vorrei urlare di stare zitta e di abbracciarmi e basta perché sono talmente felice che lei sia ancora viva, la credevo sotto due metri di macerie e poi tutto si riduce ad un niente.
Perché ci stiamo baciando – e tutti sono troppo sconvolti per notare due donne che si aggrappano l'una all'altra come se ne andasse della loro stessa vita, e due donne che si baciano sono troppo estatiche per accorgersi di quelli che stanno loro attorno. Avevo trovato la mia tranquillità in un tremulo bacio che sapeva di sangue e di calcinacci.
Siamo scappate la sera stessa.
Non se ne poteva più di tutto quell'andirivieni. Io non ne potevo più. Lei sarebbe stata contenta di morire sbalzata in aria da una bomba sonica mentre cercava di tirare fuori dalle macerie un mutilato, ma io non l'avrei sopportato.
Mi aveva detto di conoscere un distretto poco frequentato, dove avremmo potuto ricominciare tutto da zero, creare una famiglia – e quando ho sentito quella parola per la prima volta credo di aver perso per un attimo la presa sul volante. Una famiglia. Da quanto non ne avevo una? Reclutata nelle Forze della Galassia quando avevo appena otto anni, cresciuta con l'idea che quella fosse l'unica famiglia che avrei mai potuto avere nella mia vita. E poi la famiglia ha cominciato a sganciare missili sui pianeti vicini e io ho compiuto quella che ancora oggi non so se sia la mia più grande vigliaccata o un atto di rivoluzione. Sono scappata.
E sono scappata anche quella volta, e scappo sempre, alla ricerca di qualche posto in cui non debba guardarmi le spalle, tenere un occhio aperto, essere terrorizzata di vivere come voglio davvero vivere.
Quella stessa sera abbiamo dormito nella navicella rubata, strette una contro l'altra, con entrambi gli occhi chiusi e le mani intrecciate, e la parola famiglia che fluttuava, pesante, nel silenzio attorno a noi.
Due anni. Due anni di tremenda felicità, così abbagliante che faccio ancora fatica a riportarla alla mente. Ci sentivamo libere, invincibili, noi stesse. Litigavamo di continuo ed era stupendo, perché la sera, nonostante tutti i crucci, dovevamo comunque stenderci vicinissime per conservare un po' di quel calore che ci serviva. La rimproveravo quando tornava a casa con dei semi di fiori invece che con il notiziario del giorno, ma poi andavo ad innaffiare ugualmente i germogli arancioni che seppelliva con commovente attenzione nella brulla terra di fronte casa. E chiamavo le incrostazioni del soffitto famiglia, e così pure gli insettucci argentati sotto i tappeti e i black-out improvvisi nel cuore della notte per colpa di un attacco aereo. Li chiamavo famiglia perché convivevo con loro, li odiavo ma poi imparavo a capirli, a conoscerli. E, davvero, non serviva nient'altro per rendermi felice. Una casa sgangherata e Lei. E magari, nei giorni migliori, la frittata di poochun.
F-A-M-I-G-L-I-A.

Ciò che questa stupenda parola implicava già dall'inizio, quando avevo cominciato ad usarla senza veramente pensarci troppo, è che la famiglia diventa parte di te. Quando perdi qualcosa, è come se perdessi una parte del tuo corpo.
Lei era la mia gamba. La mia mano. I miei occhi. Ho smesso di camminare, toccare, vedere, dopo che l'ultimo attacco aereo le è piombato dritto in testa. I coglioni sono riusciti a centrarla, alla fine. E non solo l'hanno centrata, ma stanno venendo a fare pulizia di tutto ciò che si trova nel raggio di qualche chilometro dall'ultimo bombardamento. Potrebbero buttare giù un missile e farmi esplodere prima che io me ne possa rendere conto. E con me, questo ricordo. Potrebbero, ma non glielo lascerò fare.
Non sono riuscita a dire tutto ciò che avevo programmato, ma non ce l'avrei fatta comunque. Come si riassume una vita in una manciata di minuti? E in fondo non è quella che veramente conta. Quel che conta è il mio atto di scappare. La scintilla. La mano alzata. L'individuo che non si adegua. Questo è quello per cui voglio venire ricordata. Siamo tutti meteore in un cielo di pianeti millenari – cerca solo di essere luminosa abbastanza nel corso della tua breve vita. Anche luminosa appena per illuminare la via di una sola persona. Trova la tua tranquillità, e vivila. Trova la tua famiglia.
Arrivederci, chiunque tu sia. Vedi di rendermi fiera di te.
Anno 2227, Pianeta A'asha, distretto XXXVI, Amara––


Registrazione interrotta. 

Beata Innocenza - Stefano Paparozzi - IV° Concorso Fantascienza LGBTQI - 6°Classificato

Beata innocenza

Stefano Paparozzi

«Ciao! Come ti chiami?» gli chiede la ragazza all’ingresso del Museo prendendogli il biglietto di mano.
«Ben» le risponde mio figlio.
«E quanti anni hai?» Passa il biglietto nel lettore.
«Quattro-quasi-cinque» dice lui tutto insieme, mostrando anche una confusione di dita oscillanti fra i due numeri.
«E oggi sei venuto al museo coi tuoi papà, eh?» fa ridandogli il biglietto.
«Oh, no» intervengo io, indicando Federico al mio fianco. «Lui è mio fratello.»
Lei si scusa sorridendo e con un inchino e un cenno del braccio ci invita ad entrare. Beata innocenza.

***

C’è subito una grande sala, interamente rossa. Di fronte a noi, sotto la superficie di metallovetro della parete, brillano le ampie, candide lettere; fluiscono i testi, si susseguono le foto e i video. Ben mi chiede se ha letto bene quel che c’è scritto in alto, dove i caratteri diventano alti quasi quanto lui. «Questa stanza» gli spiego «ricorda quando i Paesi Bassi permisero alle coppie dello stesso sesso di sposarsi, quarantacinque anni fa. Vedi lì» aggiungo indicando il mastodontico titolo che occupa mezza parete, «c’è scritto Alle origini dell’uguaglianza. E questi nelle foto sono proprio i primi sposi olandesi.»
Ce li guardiamo tutti, questi ritratti privati che l’evento storico ha reso loro malgrado pubblici. Io, Federico e Ben passiamo in rassegna questi volti felici, i fiori, gli scambi di anelli; facciamo scorrere le immagini, in un certo senso ci impossessiamo degli album altrui, ma più in cerca del simbolo che della vita privata.
Finito il campionario olandese, proseguiamo.

***

La sala seguente è tutta arancione, e i visitatori si fanno più silenziosi. Anche le immagini non potrebbero essere più diverse da quelle di prima: striscioni, simboli di inizio Novecento, esponenti di qualsiasi religione; e le didascalie che riportano i discorsi, frammenti di incomprensioni e pregiudizi. C’è un prete con un dito alzato che arringa la folla di fedeli, c’è un vecchio con un cartello che ferisce come un colpo di pistola, c’è un imam dal volto severo, ministri in giacca e cravatta col sorriso pronto per le telecamere e la lingua pronta per la storia. Federico scuote la testa.
Fra le immagini dell’odio, le nostre chiacchiere tacciono e si sentono appena i nostri sospiri. C’è tutta un’altra aria, qui, persino Ben se ne accorge; mi chiede cosa succede.
«L’opposizione politica e religiosa» gli rispondo citando il titolo della sala. «Sono le proteste di certi… gruppi, di certe persone». Lui rimane in silenzio, perplesso. Beata innocenza.

***

La stanza successiva è gialla, e Federico mi indica che oltre la porta successiva si vede già il verde: a quanto pare le sale sono sei e hanno i colori della vecchia bandiera.
Qui basta passare la mano sulle pareti per far apparire uno ad uno tutti gli stati, e con loro le date storiche dal 2001 al 2010, ’15, ’20. «Vedi» dico a Ben indicando il nuovo titolo splendente, «lì c’è scritto Il matrimonio si espande in Europa e nel mondo.» Ma lui non mi ascolta: adora le mappe e saltella entusiasta come un grillo da una cartina all’altra, inspiegabilmente ma piacevolmente fornite di ogni dettaglio fisico e politico – i fiumi, i laghi, i confini delle regioni interne, i monti, le città.
«Noi dove siamo?» mi chiede.
«Noi non ci siamo, questo è il resto del mondo.» Ci rimane male, lo tranquillizzo: «Sicuramente avremo una stanza a parte, dopo. Però guarda» gli dico indicandogli la Francia: «qui in basso si vede un po’ d’Italia. Noi siamo qui, proprio al limite» aggiungo cercando di indicare Roma, al bordo estremo.
Non è particolarmente soddisfatto del mio tentativo di geolocalizzazione improvvisata.

***

Continuiamo il cammino nell’iride, e sulla parete verde davanti a noi troviamo l’ennesima fluttuante scritta bianca: Le famiglie e le adozioni.
Tutt’intorno, sulle pareti, si inseguono neonati, adolescenti, donne incinte e ritratti di gruppo. Ci sono intere famiglie ritratte dall’inizio alla maturità: una coppia di donne che si incontra, una delle due inizia una gravidanza, poi ne nascono questi due bei gemellini e li vediamo crescere fino alla terza media; due uomini e una terza donna che porta in grembo per loro un bambino, che nell’ultima immagine della serie ci guarda sorridente dopo dieci anni; altri due uomini, che uno dopo l’altro hanno adottato, negli ultimi vent’anni, cinque fra bambini e bambine di tutte i colori e di tutte le provenienze. Stanno tutti così bene, sono tutti così sorridenti.
Ammicco a Federico, cercando di capire a che punto della discussione è con Giorgio; gli indico pure Ben, a ricordargli quante volte l’ho usato come scusa chiedendo per mio figlio un cuginetto. Fa spallucce, mio fratello, rotea gli occhi come se non capisse. Beata innocenza.

***

Nella stanza blu ci sono altre cartine, ma il silenzio è ancora più opprimente di quello della sala arancione: le mappe mostrano i posti in cui non avrei un cognato e mio fratello potrebbe essere in carcere – o peggio.
Quando Ben mi chiede che paesi sono, mi limito a dirgli il nome della sala: «I luoghi dell’odio». Potrei dirgli che sono luoghi lontani, che non sono immagini di casa nostra, familiari, che non c’è niente da temere. Ma la distanza non può scacciare il pensiero; è una distanza “soltanto” fisica, non temporale: questo non è il passato, è il presente. Presente: per definizione, è qui. Una lapidazione come quelle che mi raccontano queste didascalie probabilmente sta accadendo proprio in quest’istante, da qualche parte. Non ha senso rifugiarsi nel conforto di una lontananza puramente geografica.
«Questi sono cattivi come quelli dell’altra stanza, vero?» indovina Ben, che davanti a queste mappe si diverte di meno.
«Anche un po’ di più, Ben. Anche un po’ di più.»

***

Al termine dell’arcobaleno, nella sala viola, perfino Ben riesce a riconoscere al volo la gigantografia della cartina italiana: «È la stanza nostra? È la stanza nostra?» saltella felice.
«Sai qui che c’è scritto?» gli chiedo tentando di fermarlo mentre inizia a indicare tutte le città dei nostri parenti da nord a sud. «C’è scritto 25° anniversario del matrimonio egualitario in Italia. Sai che vuol dire?» Scuote la testa. «Vuol dire che sono venticinque anni che qui possono sposarsi due uomini o due donne.» Non lo so mica, se sta capendo.
Davanti a noi, intanto, le immagini non sono poi troppo diverse da quelle della prima stanza, se non per i luoghi e la qualità delle foto: due ragazzi in gessato si stringono la mano davanti al Colosseo, due ragazze in abito da sposa si baciano sotto il campanile di San Marco…
Un sospiro alle mie spalle. Mi giro: Federico se n'è stato zitto tutto il tempo mentre facevo finta di non vederne gli occhi lucidi, ma ora deve tirare su col naso quel che gli si accumulato e non lascia uscire; prende un fazzoletto e mi fa «Scusa.» E di che?

***

Mia moglie e mio cognato arriveranno fra una mezz’oretta; li aspettiamo sulle poltrone, al termine del percorso. La parete di fondo è tutta una finestra sulla città: un simbolo di apertura, di futuro, credo. Guardiamo fuori, verso il tramonto che dall’altra parte del vetro fonde per qualche minuto le pareti col cielo.
Malgrado il panorama, Ben passa dal disinteresse al broncio. «Tutto qui?» mi chiede. «Non ci sono gli animali?»
«Non tutti i musei riguardano gli animali. Questo è un museo sul matrimonio e su come è stato possibile che tuo zio Federico potesse sposare tuo zio Giorgio, come io ho sposato la mamma.»
«E c'era bisogno di farci un museo?»
Mi viene il dubbio che forse dovevo prepararlo meglio prima di venire qui. «Certo.»
«E perché?»
«Perché un tempo non avrebbero potuto sposarsi.»
«E perché?»
«Non sei stato molto attento, prima, eh?»
Abbassa gli occhi, colpevole.
«Per farla breve: non avrebbero potuto perché le persone della seconda stanza dicevano che gli uomini possono sposare solo le donne e le donne solo gli uomini.»
Rialza lo sguardo su di me, poi su Federico, poi fuori dalla finestra. Dopo qualche secondo si volta verso di noi, e scuotendo la testa e aggrottando la fronte commenta: «Che cavolata.»
Federico ride e gli lascia una carezza. «Beata innocenza» dice. A se stesso, a mio figlio, a me.

Davanti a noi il sole tramonta, e scendendo all’orizzonte allunga l’ombra innocua della cupola di San Pietro.